martedì, agosto 22, 2017

Storia (e leggende) della chiesetta della salute di Milano


C'era una volta un villaggio che distava solo una manciata di miglia dalle antiche mura di Milano. Vi abitavano povere famiglie di contadini che disponevano di casupole di mattoni rossi e paglia, con i fienili e le stalle per gli animali. Al centro dell'abitato, si ergeva un antico mulino, da tutti conosciuto come il Molinazzo, il quale aveva una grande ruota idraulica costruita con legno di quercia, sempre in movimento, sospinta dalle chiare acque del fontanile (o torrente) Restocco. Il lavoro nei campi era duro e il raccolto spesso magro e così la gente del posto, seppure molto devota, non aveva i mezzi per erigere una chiesetta degna di nostro Signore. Ogni sette giorni toccava mettersi in cammino per raggiungere la grande Basilica dei Martiri, dove riposavano le spoglie dell'amatissimo vescovo Ambrogio e dove veniva celebrata la santa messa domenicale.

Un giorno, però, giunsero al villaggio una strana coppia di personaggi: una nobildonna dall'aria triste accompagnata da un vecchio cavaliere, che indossava una pesante armatura in ferro. Nessuno li aveva mai visti prima, ne' si sapeva da dove venissero, tuttavia furono accolti con benevolenza e ricevettero tutti gli onori che ospiti di tal rango meritavano. Il Cavaliere racconto' di se' che aveva vinto più di mille fra giostre e duelli, ma ora, stanco di combattere, voleva deporre le armi e trascorrere gli ultimi suoi anni in un tranquillo podere di campagna, lontano dal frastuono e dagli intrighi di città. La dama fece, invece, sapere che intendeva ritirarsi a vita umile e di preghiera. Aveva fatto il voto di erigere a sue spese un piccolo oratorio e di dedicarlo all'apostolo Giacomo. E cosi' fce. Dopo qualche mese accanto all'antico Molinazzo si ergeva la nuova chiesetta di San Giacomo, dall'aspetto semplice e molto decoroso. La piccola comunita' tripudio' di gioia perche' quell'opera sembrava provenire direttamente dalle mani della divina provvidenza!

Ci si accorse subito che mancavano tuttavia due cose fondamentali: le campane per richiamare tutti dai campi al momento delle funzioni e un sacerdote che officiasse le messe. Fu quindi deciso di inviare una delegazione del contado in udienza dal potente arcivescono di Milano Ariberto, pregandolo di far fronte a quelle pie esigenze. Questi, signore incontrastato di quelle province, era un uomo risoluto e molto attento alla salute delle pecorelle del gregge che il buon Dio gli aveva affidato e fu quindi ben felice di nominare un prelato, che volle personalmente accompagnare al villaggio con l'intento di consacrare la novella costruzione e concelebrare la prima messa.

Potete immaginare la sorpresa della gente che abitava presso il Restocco nel vederlo arrivare in una calda mattina di mezza estate su un grosso carro trascinato da buoi, con quello strano cappello a doppia punta sulla testa e il bastone ricurvo e con a seguito uno stuolo di chierici, nobili e milizie a cavallo! I bambini saltellavano come mosche impazzite attorno al maestoso corteo, i contadini sgomitavano per toccare un lembo delle sue sontuose vesti e si affannavano a scappellarsi, mentre la nobildonna e il cavaliere lo accolsero prostrandosi e baciandogli il sacro anello. Ariberto dispensava a tutti le sue benedizioni, con il suo fare austero e solenne.

E le campane? I delegati del contado, nella concitazione del momento, si erano dimenticati di parlarne con l'arcivescovo, ma il vecchio cavaliere trovo' prontamente una soluzione pure a quel problema: con animo generoso dono' l'elmo lucente e la robusta armatura ferrea che lo avevano protetto in tanti e tanti duelli perche' fossero fusi e se ne ricavassero due squillanti campane con relativo batacchio. Il maniscalco del villaggio non perse tempo e prima che Ariberto facesse ritorno in citta' martello' e sagomo' due lucentissime campane, che vennero issate sul campanile di San Giacomo, suonando a festa per tre giorni e per tre notti, tra benedizioni, canti, balli e lodi al Signore. Mai al Restocco si erano vissuti giorni piu' felici di quelli.

Passarono alcuni anni di grande prosperita' e la fama del piccolo borgo crebbe tanto da attirare l'attenzione di altri prodi cavalieri di ritorno dalla Terrasanta, desiderosi di riposo e pace, ma anche affascinati dal paesaggio agreste e dalla vita operosa attorno al Molinazzo. Portavano con se' carichi di tesori preziosi e urne con le reliquie di santi e martiri d'Oriente, oltre che un bagaglio di storie fantastiche da raccontare la sera attorno al fuoco. Chiunque avesse la fortuna di ascoltarle pendeva dalle loro labbra e ascoltavano con occhi sgranati e profonda venerazione. Col passare del tempo, i cavalieri contribuirono pure ad abbellire la chiesetta, chi facendone affrescare le pareti, chi commissionando paramenti sacri e arredi vari alle botteghe artigiane di Milano. Fecero costruire anche un ospitale, per le esigenze del loro ordine. Il borgo insomma cresceva e si arricchiva di cascine e di luoghi di ristoro lungo la via per Novara. Una di queste, la cascina Linterno - che ancora oggi si erge al confine orientale del Parco delle Cave - fini' col diventare albergo del grande poeta Francesco Petrarca, il quele trasse da questi luoghi ispirazione per le sue rime immortali.

Per secoli tutto ando' per il meglio, fino a quando un giorno anche a Milano e nei contadi circostanti scoppio' purtroppo la peste nera. Pare che l'infezione traesse origine da batteri portati in Italia da navi genovesi (e topi) di ritorno dal lontano Oriente. Quale che fosse l'orgine del morbo, fu un tremendo flagello: Allora, si sa, non esistevano antibiotici e le sofisticate medicine di cui disponiamo oggi, inoltre la gente si lavava ben di rado e non sapeva in che modo viaggiasse il contagio. La peste si diffuse con grande facilita', falciando uomini e donne, vecchi e bambini: ne perirono a migliaia. Non sembrava esserci scampo alcuno, l'unica speranza della gente era affidarsi alla preghiera e stringersi attorno al caro, amato e santo Arcivescovo di quei tempi, Carlo Borromeo. Costui era un omone corpulento, alto quasi due metri, che aveva donato tutte le sue ricchezze ai poveri e che si era tanto prodigato per far costruire ospizi ed ospedali per assistere i malati. Uno, il Maggiore, e' ancora presente ai giorni nostri e sorge proprio nei pressi della chiesetta di San Giacomo.

Carlo si spostava da un borgo all'altro sul dorso di un mulo e ovunque si trovasse organizzava grandi processioni penitenziali, predicando obbedienza alla chiesa e il perdono dei peccati. Giunse finalmente anche alla chiesetta di San Giacomo, che - non si sa come - nel frattempo aveva cambiato nome ed era ora intitolata ai santi Filippo e Donato. Davanti alla folla, benedisse le campane e annuncio' che chiunque, pentito delle proprie malefatte, le avesse sentite suonare non si sarebbe ammalato o sarebbe addirittura guarito. D'improvviso, l'epidemia spari' da quelle terre. L'eco del miracolo si sparse come un fulmine per Milano e furono molti quelli che si trasferirono e che cercarono un riparo al Restocco, tant'e' che il cugino di Carlo, il pio Cardinale Federigo Borromeo, si adopero' perche' accanto alla chiesetta, da tuttti conosciuta anche come "della Salute", sorgesse un vasto convento in grado di ospitare famiglie e viandanti. Furono i frati francescani ad occuparsene per ben due secoli. Si dice che per una notte ospito' niente meno che l'imperatore di Francia Napoleone Bonaparte, impegnato nella campagna militare cispadana nei giorni in cui venne incoronato re d'Italia in piazza Duomo.

Purtroppo oggi non rimane quasi piu' nulla dell'antico borgo. Un imprenditore edile nel dopoguerra acquisi' i terreni, ricopri' il corso del torrente, demoli' il grande convento, le antiche cascine e l'antico Molinazzo per far spazio ad alti palazzoni e cemento. Quando rivolse le sue ruspe verso la chiesetta della salute la gente gli si rivolto' contro e comincio' ad urlare e a protestare cosi' vivacemente che l'uomo dovette rinunciare all'impresa. In tutto quel trambusto, sparirono pero' le belle campane lucenti che erano state fuse con l'elmo e l'armatura del vecchio cavaliere. Che fine fecero? Qualcuno ipotizza che siano finite con le macerie del convento, delle cascine e del mulino sotto il Monte Stella. Altri dicono che siano state nascoste dal sagrestano della chiesa per preservarle e venerarle come reliquie preziose in un luogo segreto. Altri ancora malignano che siano state rubate nottetempo dall'imprenditore per dispetto agli abitanti del quartiere. Nessuno lo sa con certezza. La leggenda dice che un giorno un bambino le trovera', le rimettera' al loro posto, le fara' di nuovo suonare rallegrando il quartiere, che lo eleggera' a novello eroe del Molinazzo. Nel frattempo, se passate di la' in una tiepida serata d'Agosto senza traffico di auto e tram, tendete l'orecchio e fate attenzione: potreste sentire il fievole scroscio delle acque del fontanile che ancora scorre lento sotto ai vostri piedi.

(dedicata ai miei figli Pietro e Giulia, nuovi milanesi del Restocco)