sabato, ottobre 30, 2010

Viaggio in Marocco - Sulle dune di Merzouga

Chi conosce il Marocco sa che Merzouga fa rima con "cammellata-nel-deserto": sulla mappa e' un puntino, ma e' una tappa che varebbe da sola un viaggio intero. Mentre programmavo il viaggio, seduto su questo stesso divano dal quale ora ne scrivo i resoconti, mi chiedevo: che effetto ci fara' raggiungere questo avamposto di Sahara? Ci lasceremo sedurre dalla tentazione di trascorre una notte in un accampamento nascosto tra le dune del deserto? Ansie da principiante. Ora che ci sono stato e che so che per molti versi ha i contorni di una grande attrazione all'aperto ad uso e consumo dei turisti ci rido su, ma attenzione! Parliamo comunque di un luogo dove la natura regna sovrana, un luogo pieno di fascino, sconfinato, dalle geometrie perfette, ineffabile...  In un posto cosi', ci tornerei pure domattina!


Il primo problema, come per le altre tappe di questo viaggio, e' raggiungere il bed&breakfast che abbiamo prenotato via Internet: la Kasbah Mohayut. Secondo alcuni, la strada asfaltata termina a Rissani: poi, o si dispone di un quad, oppure e' il caso di abbandonare il veicolo e percorrere i 40 km rimanenti con un taxi ben carrozzato. Secondo altri, la strada asfaltata è stata realizzata e potremo raggiungere Merzouga tranquillamente a bordo della nostra Polo. Il tentativo di dirimere la questione attraverso Google non sortisce effetti, dal momento che la veloce ricerca che effettuo non restituisce notizie chiare. Non ci resta altro che andare e verificare di persona. Per non farla troppo lunga, alla fine vi posso confermare che la strada e' in ottimo stato, ma e' pur vero che nei pressi del villaggio di Hassi Labiad l'asfalto cede il posto ad un polveroso sterrato, pieno di insidiose buche e sassi: su un terreno del genere, meglio disporre di un 4x4. Per orientarsi e trovare la kasbah (l'unica apparentemente non indicata, seppure siano presenti numerose indicazioni stradali), ci avvaliamo del solito servizio di "scorta su due ruote", offerto dai bambini del posto.


Piu' che un resort, la Kasbah Mohayut ci appare come una vera e propria oasi del benessere: curata, elegante, piena di gente dall'aria rilassata, compresi i giovani berberi che la mandano avanti. La quasi totalita' degli ospiti e' composta da turisti occidentali; ne troviamo diversi spaparanzati sulle sdraio a bordo piscina (impossibile non posare gli occhi sulla sagoma di dromedario a capo vasca che sputa acqua dalla bocca), intenti a leggere o, piu' semplicemente, a sonnecchiare. Altri, invece, sostano nell'area ristorante, seduti all'ombra di frondose palme e chiacchierano soavemente, sbocconcellando sandwich o altre cibarie. Vista l'ora, ci facciamo preparare un paio di omelette “berbere” pure noi e, nell’attesa, attacchiamo bottone con una simpatica e cordiale coppia di signori olandesi: ci spiegano che fanno parte della comitiva che di lì a poco partira' con i cammelli e che passera' la notte nel deserto e ci invitano a far parte della spedizione. La proposta ci entusiasma subito, pur senza conoscerne i dettagli. Corro ad informarmi presso la reception se possiamo unirci al gruppo, con un'idea fissa in testa: quando ci ricapita un’occasione del genere? I berberi potranno avere mille difetti, ma quanto a senso dell'ospitalita' non sono secondi a nessuno: di buon grado, ci viene concesso il cambio programma ("nothing is impossible, in the desert"), nonostante il fatto che ci balli un minimo di differenza sul prezzo pattuito all'atto della prenotazione con Venere.com. Bene! E' deciso: dormiremo sotto le stelle…


Alle cinque in punto, veniamo chiamati a raccolta da alcuni giovani con tradizionale palandrana blu fino alle caviglie e turbante: i nostri cammellieri. Il gruppo di turisti comprende cinque coppie adulte: oltre ai due olandesi (Engelien e Ad), abbiamo una coppia di tedeschi (Birgit e Walter), una coppia di inglesi (Toni e David) e una di origine filippina (Miki e Teddy), che porta con se' un pargolo di appena un anno e mezzo (Jared). Un gruppo tanto eterogeneo quanto allegro: lingua franca l'inglese. David rompe subito il ghiaccio facendomi notare che i dromedari su cui io e Manu (da subito, "the italians") stiamo montando non sono buoni: i tedeschi, infatti, li hanno scartati. Walter, il marito tedesco, in realta' ha un "cammello" motorizzato ed alquanto inaffidabile: un quad che, da quanto apprendiamo in serata presso il campo berbero, si e' insabbiato nel risalire una duna. I nostri dromedari, allora, non sono poi cosi' male!


Il primo impatto con i dromedari è tranquillo. Si tratta di animali assai pacati, con l'unica pecca di puzzare tremendamente e ruminare rumorosamente. Deglutiscono e digeriscono (e defecano) in continuazione, a tratti pare pure che siano contenti della loro condizione, almeno a giudicare da quella specie di ghigno che gli si stampiglia sul muso mentre masticano. Uno alla volta, ci accomodiamo in sella alle bestie, accovacciate per terra; poi le guide impartiscono il comando di alzarsi e, un attimo dopo, superata la prova di un paio di strattoni da rodeo, ci troviamo ad osservare il mondo da due metri di altezza.


Comincia in questo modo la nostra avventura attraverso le dune di sabbia rossa di Merzouga: i cammellieri davanti, a far strada a piedi e tutti noi sui cammelli dietro, legati l'uno con l'altro, in due file per cinque. Nessuna descrizione puo' dar merito alla bellezza del paesaggio che ci sfila accanto; le stesse fotografie che abbiamo selezionato e postato in questo articolo sono un supporto assai misero alla rappresentazione di una cosi' memorabile esperienza!


Quello che posso dire, a commento delle immagini, e' che il deserto mi ha fatto uno strano effetto: passavo da momenti di inspiegabile euforia, in cui sentivo la necessita' di sdrammatizzare quelle geometrie cosi' perfette con grandi risate e commenti divertiti espressi ad voce alta, ad altri in cui mi chiudevo per lunghi attimi in un silenzio ammirato. Contemplavo, assorto, tanta bellezza.


I dromedari hanno un passo lento e dinoccolato. In salita ed in discesa è un’impresa rimanere in sella e seguire i movimenti degli animali che affondano con le loro zampe a stantuffo nella sabbia. Dopo un’oretta circa di cammino i cammellieri ci concedono una sosta e ci invitano a raggiungere la sommita' della grossa duna che ci si para davanti per godere dello spettacolo del sole al tramonto. Alla spicciolata, scaliamo la vetta e diamo libero sfogo alla vena artistica e fotografica che caratterizza ogni occidentale che si rispetti. Il piccolo Jared, invece, scoperta la sabbia, inizia a giocare ridendo come un matto al contatto con i finissimi granelli di polvere rossastra. Che posto fanstatico!


Calato il sole, ci issiamo di nuovo sui dromedari e ci dirigiamo all’accampamento: una struttura a ferro di cavallo coperta di tappeti, con brandine in metallo, materassi e lenzuola sui quali si dorme vestiti (non abbiamo visto trasportare nuova biancheria per i letti…). Le guide ci rassicurano circa l’assenza di insetti e rettili pericolosi. Con tutti i turisti che da anni visitano quest'angolo di deserto, non si fa fatica a crederlo: saranno scappati altrove! Ci fanno quindi accomodare attorno ad una bella tavolata rischiarata da una lanterna a cherosene e ci servono frutta secca ed un ottimo tajine. Vedo David e Ad estrarre dal cilindro due bottiglie di vino (rosso e rosato) con il quale brindiamo alla bella compagnia. David racconta una storiella divertente mettendo a confronto la naturalezza con cui, secondo lui, ho cavalcato il mio dromedario e i suoi disperati e maldestri tentativi di rimanere aggrappato alla sella del suo animale: la gestualità e l'enfasi che mette nel descrivere la scena comunica un’ilarità contagiosa.


Purtoppo il cielo coperto non ci permette di vedere le stelle, ma andiamo a letto soddisfatti della splendida avventura, accompagnati dal chiarore della luna che fa capolino tra le nuvole. Birgit e Walter, a dispetto del cielo che minaccia pioggia, chiedono di poter dormire all’aperto e le guide portano i loro letti sulla sabbia, immediatamente fuori dall’accampamento. La mattina moriamo di invidia: il cielo, rischiaratosi nel corso della notte, ha regalato ai coraggiosi una stellata memorabile.


L’alba e' alle porte e chiama il gruppo di fotografi a rapporto. Saliamo nel silenzio più completo fino alla sommita' della duna dove sostano i dromedari, che ci accolgono con i loro versi; quindi proseguiamo oltre in direzione di una duna che domina una porzione di deserto, aspettando che il sole faccia capolino. La sabbia fresca sotto i piedi da’ una sensazione da brivido. Dopo qualche minuto di studio, decido di conquistarmi una duna ancora piu' in la', tutta per me, da cui godere in solitaria lo spettacolo dei primi raggi del nuovo giorno.


I cammellieri, nel frattempo, sono al lavoro per sistemare accampamento e cammelli per la partenza. Dopo una buona dose di whisky berbero (the alla menta) e una foto di gruppo, ci rimettiamo in cammino per tornare alla kasbah, dove ci aspettano una doccia rigenerante e un’abbondante colazione. Peccato, questa faccenda di accamparsi nel deserto cominciava a piacermi.


Arriva il momento dei saluti augurali e dello scambio di email. Siamo pronti per la prossima tappa, ma un pezzo dei nostri cuori rimarra' per sempre nascosto tra le aride dune di questo deserto.

venerdì, ottobre 08, 2010

Viaggio in Marocco - La palmerie di Er-Rachidia

La quarta giornata del nostro tour del Marocco e' una specie di tappa di trasferimento verso sud: 350 km nel nulla di paesaggi via via piu' brulli e desertici. I pochi centri urbani che incrociamo distano tra loro anche diverse decine di chilometri e per lunghi tratti dalla strada non si vede altro che rocce e sterpaglia. Di rado, capita di avvistare qualche isolato pastore col suo gregge e qualche ancor piu' raro meccanico improvvisato, seduto sotto un albero, in prossimita' della strada, con un misero banchetto di attrezzi. Vien da chiedersi come questa gente riesca a campare tutta una vita con mezzi tanto modesti.


Da ultimo, ma non meno importante, occorre dire che per le strade si incontrano molte pattuglie di polizia stradale. Vi sembrera' strano, ma il presidio e' costante e particolarmente meticolosi, guai a sgarrare! Io ne so qualcosa, dal momento che mi sono beccato una multa per eccesso di velocita' all'altezza di Ifrane: 80 km/h, contro un limite di 60 km/h. Boh! Giuro che io non ho visto nessun cartello "60", tuttavia, considerata l'elevato numero di tratti stradali con lavori in corso e' del tutto possibile che mi sia sfuggito. Il poliziotto mi ha fatto un verbale in piena regola da 400 dirham (40 euro) e da allora, per paura di incappare di nuovo nella stessa tagliola, ho guidato praticamente a 60 km/h fissi (o meno).


Fortunatamente, il lungo viaggio in macchina ha regalato anche qualche piacevole sorpresa, come i maestosi scorci panoramici della valle del fiume ("oued") Ziz. Immaginate un corso d'acqua color ocra che solca una ampia e profonda valle, dove le fronde delle palme si intrecciano senza soluzione di continuita', per decine e decine di chilometri. Immaginate una cornice di monti scavati dall'acqua e dal tempo, polverosi e completamente privi di vegetazione, di colore rosso argilla. Immaginate, infine, che le uniche tracce della presenza umana siano case di fango e roccia, dello stesso colore delle montagne, al limitare dei palmeti.


La kasbah che abbiamo prenotato si trova in uno di questi villaggi, a 30 km dal centro abitato capoluogo di questa zona, Er-Rachidia. Per raggiungerla, svoltiamo a destra in una stradina in discesa che sembra buttarsi dritta nel cuore della vallata. Costeggiando le case del villaggio, notiamo che gli occhi della gente assistono curiosi al nostro passaggio; viene da pensare che da queste parti non siamo molto abituati a vedere stranieri. Chiediamo a due ragazzini in bici di farci strada fino alla Maison d'Hotes Zouala, visto che la segnaletica e' un po' ambigua. La kasbah ha un aspetto imponente, circondata com'e' da mura spesse. Veniamo accolti da un uomo minuto, avvolto in tipici panni berberi, dal fare molto spigliato, che ci accompagna nelle nostre stanze: uso il plurale volutamente, perché sostanzialmente, considerato il limitato numero di ospiti, ci hanno riservato una intera ala dell'edificio al piano superiore: tre camere da letto in tutto. Nella nostra matrimoniale, c'e' un camino, tappeti per terra e sulle pareti e varie lampade artigianali, ricavate da vasi di terracotta rielaborati in modo artistico.


Ci godiamo l'aria profumata e le ultime luci del tramonto, scattando qualche fotografia romantica, mentre un gruppo di bambini tira quattro calci ad un pallone, nella semi-oscurita' e, manco a dirlo, su un campo pieno di pietre e polvere. Si fa l'ora di cena e Mr Moha, il padrone del maniero, raduna gli ospiti, facendo strada fino ad una elegante sala da pranzo, piena di morbidi tappeti, cuscini, arredi in bronzo e artigianato locale; al centro della stanza, quattro colonne, anch'esse rivestite di splendidi tappeti. Prima di entrare, veniamo invitati a togliere le scarpe. La cena berbera e' fin troppo abbondante e gustosa: zuppa di verdure, accompagnata da focaccia fatta in casa, couscous e tajine di carne, una specie di budino con crema di mirtillo. Mi spiace lasciare nel piatto molta di quella roba. Mr Moha scambia chiacchiere un po' con tutti; e' un uomo carismatico e dai modi affabili, anche se alla lunga mi infastidisce un po' l'insistenza con cui ci consiglia l'hotel di un suo conoscente a Merzouga. E si' che gli avro' ripetuto almeno un paio di volte che avevano gia' in mano una prenotazione per un altro posto!


A colazione, il giorno successivo, facciamo amicizia con una coppia di francesi di mezza eta', che stanno facendo un tour del Marocco della durata di un mese con un 4x4. Lui mi ricorda un po' Alain Delon, versione sportiva, anche se ha il naso a patata e i capelli gia' tutti bianchi e lunghi, raccolti in una coda da vero macho; lei e' molto dolce, pacata, ma si vede che ama molto lo stile di vita avventuroso che fa con il suo Alain. Ci mostrano cartine molto dettagliate del giro che si sono inventati: hanno gia' visitato o stanno per visitare zone che noi non ci sogniamo neppure di prendere in considerazione. Non è la prima volta, per loro, in Marocco e affrontano il viaggio con una tranquillità e un fatalismo invidiabile: non hanno prenotato nulla, per non rischiare di trovarsi vincolati a posti non di loro gradimento e la jeep, per loro, e' una buona alternativa nel caso in cui non ci siano altre soluzioni. Lui ci svela anche di conoscere un po' di arabo ("io so parlare l'arabo, come tu il francese", mi dice e io lo prendo per una specie di complimento... da solito narciso!): molto utile, sia per le contrattazioni, che in caso di problemi, ad esempio, con la polizia stradale. Ci spiega, ad esempio, che lo scoglio dei 400 dirham di multa e' facilmente aggirabile: basta - come per tutte le altre situazioni tipiche del Marocco - contrattare, farlo in arabo rende il compito piu' agevole. Naturalmente, occorre un bel po' di faccia tosta, ma a lui certo non sembra mancare e finora di multe non ne ha pagate. Parentesi: a Marrakesh, ci hanno spiegato che in alcuni casi funziona persino la scusa della carta di credito: mi spiace, non ho moneta...  Io, comunque, non ci scherzerei troppo con quei poliziotti: la Lonely ammonisce chiaramente sul fatto che le loro carceri non siano il posto migliore dove trascorrere le ferie... :-)


Finita la colazione, facciamo un giro per la palmeraie in compagnia di Said, il berbero minuto che ci ha accolti all'arrivo nella kasbah. Said ci spiega la vita della gente del villaggio: ogni famiglia coltiva un pezzo di terra all'interno della palmeto; ogni pezzo di terra e' separato da quello dei vicini mediante dossi di fango. Girando per i campi, notiamo che sono principalmente le donne a lavorare la terra, mentre gli uomini - a detta della nostra guida - si occupano della raccolta della frutta. Said ci illustra anche l'ingegnoso e antico sistema di irrigazione: il corso del fiume può essere deviato creando canali di irrigazione, ma solo utilizzando sbarramenti fatti di sassi e legno, perche' il cemento ostruirebbe completamente il passaggio dell’acqua, arrecando danni a chi vive più a valle. Chi non possiede terra lavora nei campi delle altre famiglie oppure presta servizi di manutenzione dei canali di irrigazione. Ciascuno è libero di cogliere della frutta sul posto e mangiarla, ma non può portarla via e rivenderla come fosse sua. Tutte le controversie vengono risolte all'interno del villaggio, senza mai ricorrere alla giustizia civile: esiste, infatti, una commissione di saggi-giudici, composta da solo sei persone, espressione delle famiglie piu' nobili.  Said ci spiega tutto questo e risponde pazientemente a tutte le nostre domande. L'unico aspetto che non ci convince e' il fatto che abbia un solo figlio: com'e' possibile che tutte le persone ci dicono di avere solo uno o due figli al massimo, sempre maschi tra l'altro, quando noi vediamo nugoli di bambini ovunque?

giovedì, ottobre 07, 2010

Viaggio in Marocco - Meknes e dintorni

Terzo giorno di tour del Marocco: e' tempo di recuperare la macchina, per dirigerci verso Meknes (nella foto sotto, una veduta della medina). Dopo la solita abbondante colazione, stabiliamo che possiamo raggiungere il parcheggio a piedi, seguendo la strada che costeggia le mura della Medina dall’esterno. Lo scenario che ci si para davanti e' quasi surreale: da un lato, le mura antiche, che, passo dopo passo, si allontanano da noi, dall’altro, la striscia di asfalto, che ci separa da un nulla di terra argillosa e secca, rocce, sterpaglia, radi alberi, puntellato qui e la' da mega-hotel di lusso. Disparate forme di vita animano questa landa: anzitutto, uomini con carretto spinto a braccia o in sella ad un mulo o al volante di motorini e macchine sgangherate; uomini appiedati (ne notiamo uno, in particolare, vestito in giacca e cravatta, uscito da un hotel, che attraversa la strada e si dirige con fare sicuro verso il nulla di roccia) e cani allo stato selvatico. Donne praticamente non pervenute... ma dove saranno tutte?


Venti minuti di passeggiata sotto un sole gia' rovente e raggiungiamo il piazzale, dove ritroviamo gli stessi ragazzi incontrati all'arrivo. Improvviso una contrattazione sul prezzo finale del parcheggio, in un francese molto stentato, ma ne esco comunque vincitore: Napoli-Marocco 1-0. Si parte. Le strade che percorriamo appaiono tutt’altro che brutte, anche se poco manutenute. I limiti di velocità, tuttavia, sono piuttosto restrittivi e ci vuole molto piu' di un'ora per raggiungere Meknes.


Rispetto a Fes, la città ci riserva un'accoglienza molto più serena: sara' che il primo impatto, del resto, e' con un Mc Donald? Ovviamente, ci fermiamo per fare uno spuntino: come resistere? Osservando i pantaloni a vita bassi indossati da un ragazzo e, in generale, lo stile occidentale che caratterizza ogni cosa o persona dentro al locale, viene da pensare di essere in un angolo qualsiasi d'Europa. Ma anche quando ci avviciniamo alle porte della Medina, sotto una pioggerella fine e fastidiosa, l'impressione e' che la gente sia assai meno invadente e appiccicosa: quasi nessuno, infatti, sembra fare caso a noi, fatta eccezione per i ristoratori della piazza el Hedim, che ci offrono un posto ai loro tavoli.


Scattate le fotografie di rito all’imponente Bab el Mansur, la più grande tra le porte della citta' imperiale, ci infiliamo nel palazzo-museo Dar Jamaï. Le stanze di questa sfarzosa residenza aristocratica di fine '800 sono decorate in modo splendido ed e' un peccato che sia proibito scattare fotografie. Per lo meno, cosi' recita il cartello all'ingresso... ma, dopo alcuni minuti di visita, veniamo avvicinati dall'unico custode a guardia del museo, il quale, gentilmente, ci spiega che possiamo fare tutti gli scatti che desideriamo. Stupiti, seppur contenti, ci mettiamo all’opera. Non soddisfatto, il custode ci fa accomodare sull'imponente scranno al centro di una stanza chiaramente chiusa al pubblico e arredata con tappeti e cuscini preziosamente ricamati, con il preciso intento di immortalarci in una posa da novelli principi di Persia. Risultato: foto pessime, mosse, irrecuperabili gia' a guardarle dal display da due pollici e un debito di riconoscenza da saldare in moneta locale.


Purtroppo, nel portafoglio mi ritrovo solamente banconote da 100 dirham (circa 10 euro) e dunque l'unica alternativa e' quella di allungare una moneta da due euro. Non l'avessi mai fatto! Quello, stizzito, prima ci comunica che non accetta mance in euro; poi, stanza dopo stanza, rincara la dose rimbrottando in modo sempre piu' sdegnato (e sconveniente) che il nostro comportamento non gli e' affatto piaciuto. "Italiani approfittatori!"... Poco ci manca che ci butti fuori a calci in culo dal "suo" museo. Morale marocca: assicuratevi di avere sempre con voi un sufficiente numero di monete locali, prima di uscire di casa. Brrrr! Mai piu'.

Non vi nascondo che e' stato il momento forse piu' duro di tutta la vacanza: dopo due giorni a Fes, tra parcheggiatori abusivi e petulanti venditori di tappeti, ci mancava solo di incontrare il custode subdolo e iracondo. L'unica cosa da fare una volta fuori dal museo, con Manu sull'orlo di una crisi isterica, e' fermare un petit-taxi e tornare alla base, da Zio Mc. Ebbene, e' esattamente quello che facciamo. Chissa' cosa avranno pensato quelli del locale, vedendoci ordinare il secondo Mc Menu a testa della giornata... :-)


Ricaricate le batterie, possiamo affrontare il nostro prossimo obiettivo: il mausoleo di Moulay Ismail. Dall'esterno, appare come un monumento di una bellezza austera, mentre all'interno l'occhio si perde tra le linee di fuga che corrono lungo i pavimenti a motivi geometrici e i dolci archi arabeggianti delle porte. Entriamo a piedi scalzi su tappeti morbidi all’interno di una stanza a pianta quadrata, finemente decorata, al centro della quale si trova una graziosa fontana in marmo. La tomba del sultano non è accessibile per i non musulmani; ci accalchiamo, quindi, in mezzo ad altri turisti in prossimità della transenna per fotografare la sala, illuminata da imponenti lampadari. Molto interessante anche la storia di Moulay Ismail, che pur tra crudelta' e sfrenate passioni amorose (si dice che abbia generato centinaia di figli), contribui' a gettare le basi del Marocco moderno.


Ci rimettiamo in marcia e raggiungiamo la zona collinare su cui sorge la citta' santa di Moulay Idriss, fondata - secondo tradizione - dall'omonimo pronipote del profeta Maometto. Percorriamo la strada principale del centro abitato (abbastanza impervia) in auto, fino all'ingresso della Medina, quindi parcheggiamo e proseguiamo a piedi: alla nostra destra, sul viale di accesso alla piazza centrale, troviamo una parata di chioschi e ristorantini, dai quali provengono fumi e profumi di carne arrosto. Proseguendo oltre, giungiamo all’ingresso del mausoleo in cui vengono custodite le spoglie del santo. Ovviamente non possiamo entrare, ma veniamo subito avvicinati da un giovane, di nome Zaccaria, che ci propone un tour guidato per le viuzze della medina per 50 dirham. Ci accordiamo per 30, ormai c'ho preso una discreta mano... Si parte, ma piu' che un tour e' una corsa sfrenata su per ripide scalinate del sacro labirinto cittadino. Vista dall’alto, Moulay Idriss è un piccolo gioiello, con una grande moschea incastonata dal tetto dipinto di verde smeraldo nel mezzo. Zaccaria ci mostra anche il primo e unico minareto di forma cilindrica realizzato in Marocco: lo fotografiamo con accanto la nostra guida: “souvenir”!


Dobbiamo ancora vedere Volubilis, l’antico insediamento romano, ma non c'e' tempo, perche' sta quasi per imbrunire. Raggiungiamo il sito con l'idea di scattare almeno una foto ricordo: dalla strada si scorge chiaramente il profilo di un tempio. E' ora di tornare, non me la sento di guidare col buio da queste parti... A Fes riusciamo a parcheggiare in prossimita' della Bab Bou Jeloud, anche se il prezzo e' decisamente piu' caro di quello che ci avevano chiesto a Bab Guissa. Considerata la vicinanza al Riad, accettiamo di buon grado, anche perche' a quell'ora la voglia di contrattare e' pari a zero. Per cena, ci facciamo guidare dalla Lonely, che consiglia il Cafè Clock, ma e' una pessima idea, perche' mangiamo malissimo. Il locale e' davvero carino, ma di poca sostanza. Come se non bastasse, l'ultima sera a Fes e' una sera di pioggia: addio terrazza, dobbiamo riparare ai piani bassi.

 Decisamente, il nostro soggiorno a Fes poteva andare meglio!

venerdì, ottobre 01, 2010

Viaggio in Marocco - La medina di Fes

Usciti dall'aereo, l'aria e' quella di un forno a duecentoventi gradi. Ci mettiamo pazientemente in coda per il timbro sul passaporto e nel frattempo scambiamo qualche chiacchiera con una allegra famigliola (coppia mista, lui marocchino, lei italiana, con due figli in eta' da liceo) che ha tutta l'aria di sapere cosa ci aspetta li' fuori, per le vie di Fes. Quindi la medina e' un posto dove ci si muove solamente con carretti e muli? E come facciamo noi che abbiamo affittato un'auto per tutta la durata della vacanza?

Sulla carta, anzi sulla cartina di googlemap, il compito non sembra essere poi cosi' arduo; il nostro Riad risulta non troppo distante da Bab Guissa: basta arrivare nei pressi della porta, posteggiare la macchina e dirigerci a piedi in direzione di rue Talaa Kebira. Ma, non appena ci immettiamo sul vialone che costeggian le mura, ci rendiamo conto che l'impresa non sara' semplice, perche' mancano i cartelli e la segnaletica toponomastica; oltretutto, occorre destreggiarsi tra mezzi di ogni tipo: auto, moto, biciclette, carretti, muli e gente in mezzo alla strada (se non fosse per i muli, potrebbe sembrare il caos di Milano! :-)). In queste condizioni, ogni tipo di manovra e' difficoltosa, ma, soprattutto, e' proibito tentennare: o sai dove andare, o e' meglio tirarsi fuori da quella confusione.

Veduta della Medina di Fes

Arrivati all'altezza del grande cimitero di Bad Ftouh, un tizio, intuendo che siamo in difficolta', ci ferma e ci da alcune sommarie indicazioni; poi, ci insegue col motorino, offrendosi di accompagnarci a destinazione. Decidiamo di seguirlo: qui funziona cosi'. Giungiamo a Bab Guissa, lo ringraziamo offrendogli una lauta mancia e concordiamo con lui anche il prezzo del parcheggio per le successive notti sul piazzale; quindi, consegniamo i bagagli ad un uomo della sua cricca, sbucato all'improvviso da un angolo del parcheggio, assieme ad un misero carretto. Il personaggio, a dire il vero, non ci ispira molta fiducia, visto e considerato oltretutto che non spiccica una parola in inglese o francese o tantomeno italiano, ma non possiamo far altro che seguirlo attraverso il labirinto della medina. Sono le tre del pomeriggio e il solleone rende faticoso ogni singolo passo. Il tizio si ferma piu' volte per chiedere indicazioni a questo e a quel passante, dal momento che il Riad non e' affatto nelle vicinanze e nessuno, compreso lui, sembra sapere dove andare. Sale il nervoso...

Porta Blu (Bab Bou Jeloud)

Finalmente raggiungiamo l'indirizzo desiderato e scopriamo, cosi', di trovarci in realta' molto vicini ad un'altra porta, Bab Bou Jeloud (la porta blu), un bel pezzo a sud-ovest del punto in cui abbiamo lasciato la nostra auto. Pace! Devo aver interpretato male la mappa. Se non altro, ci siamo fatti una prima (lunga) passeggiata per i polverosi e tortuosi vicoli della medina di Fes. Liquidare il facchino non e' cosa semplice, perche' non si accontenta della mancia che gli proponiamo e chiede almeno quaranta dirham (circa quattro euro). Pur senza avere ancora alcuna esperienza di economia locale, intuisco chiaramente che quella cifra corrisponde ad una intera giornata di lavoro, o roba del genere, per cui sono un po' seccato di dovermi piegare ad una richiesta tanto perentoria e insistente. Pago per sfinimento. A quel punto, mi sento come sopraffatto: che fatica per raggiungere un hotel! Peggio dell'incubo-parcheggio di Siviglia...

Riad Hala

Fortunatamente, la vista del Riad Hala e' di quelle che rincuora: si tratta di un piccolo scrigno d'arte, con arabeschi alle pareti, divani in tessuto rosso finemente ricamati con motivi geometrici, tappeti artigianali, piante, fresco e tanta tranquillita'. I giovani portieri ci mettono subito a nostro agio, offrendoci il primo the alla mente bollente della vacanza e dandoci qualche consiglio per la visita alla citta' e per i ristoranti per la sera. A cena, naturalmente, ci buttiamo subito sul couscous di carne di montone e pollo condito con stufato di verdure; il piatto diventa anche il pretesto per fare amicizia con un simpatico giovane marocchino, seduto al tavolo accanto, che ci racconta la sua storia di emigrante a Londra.

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Mattina successiva, ore cinque: la preghiera del muezzin irrompe dalle finestre della nostra camera, che in effetti guarda proprio dritta davanti al minareto della moschea Bou Inania. Non ricordavo quanto potesse essere fastidiosa questa faccenda della preghiera mattutina... Tento inutilmente di riprendere sonno.

Per i vicoli della Medina di Fes

La ricca colazione a base di olive, uova, focacce e pane, burro, miele, marmellate, caffe’, latte, oltre che l'immancabile the alla menta, mi rimette in sesto. Partiamo alla scoperta delle bellezze artistiche della medina al seguito di Hamid, una guida presentataci dai portieri del nostro Riad. O per lo meno, questa e' l'intenzione! In realta', piu' che proporci un giro di monumenti, Hamid sembra interessato (e' la parola giusta) a farci incontrare artigiani e visitare botteghe e relativi negozi: c'e' l'amico che lavora il legno e quello che lavora il bronzo, quello che fa ceramiche e quello che fa lampade, c'e poi l'amico delle stoffe e quello dei pellami (la visita piu' interessante... il negozio si affaccia sulle vasche della concia e della tintura). Ovviamente, non poteva mancare il venditore di tappeti, lo scoglio piu' duro dell'intero percorso. Fortunatamente, dopo Istanbul, so come affrontare queste situazioni: sorseggio con calma il the alla menta, mentre gli inservienti srotoloano davanti ai nostri occhi tappeti su tappeti, senza mostrare mai particolare interesse per nessun pezzo; discuto con il mio interlocutore, talvolta lusingandolo con qualche complimento, ma evitando accuratamente di cadere nelle trappole che ci tende ad ogni passo. Sorrido, restando il piu' possibile immobile. Alla fine, e' come un gioco in cui si vince se non succede niente.

Le sei ore trascorse con Hamid fruttano un solo acquisto: un pouf in pelle di capra, in tinta coi mobili del nostro soggiorno. Piccola nota folcloristica... Siamo tornati a casa da una settimana e il pouf e' ancora fuori in balcone a prendere aria: il puzzo di capra e' duro a morire. Tra un negozio e l'altro riusciamo a visitare la medersa di Bou Inania e la medersa di El-Attarine, oltre ad alcuni caravanserragli e (ma solo da fuori) l'antica universita' al-Kairaouine, che, secondo i marocchini, e' la piu' antica del mondo (alla faccia di Bologna!).

Vasche per la concia delle pelli a Fes

La nostra seconda e ultima giornata a Fes si chiude con una serata allegra e brillante, in un pub (il "Mezzanine") molto alla moda e in stile occidentale (= leggi, dove si puo' bere birra), in compagnia di due ragazzi spagnoli, Bea e Carlos, conosciuti sul posto. Piu' tardi, si unisce al gruppo anche Mr. Khalid, un imprenditore locale (*), gran conoscitore dei vizi e delle virtu' di molte nazioni europee, nonche' della storia e del carattere del suo paese. Mi colpiscono i suoi giudizi sul Marocco: una realta' in movimento, che guarda piu' a Nord, verso la Spagna (per associazione di idee, mi viene in mente la foto scattata verso Sud, tre anni fa, dal faro Europa Point di Gibilterra), che a est, verso La Mecca e che si trova sostanzialmente a meta' strada tra la miseria dei paesi islamici limitrofi e il livello di benessere raggiunto in occidente. Le chiacchiere sono molto piacevoli, si fa l'una senza che nessuno di noi se ne accorga. Sulla strada deserta del rientro verso il Riad, la Medina sembra quasi un'altra citta'.

Gruppo Mezzanine

(*) Khalid gestisce il Riad Borj Dhab, nella medina. Non abbiamo avuto modo di visitarlo, per cui non posso descrivervelo: da quello che ci raccontava dev'essere un posto di classe, gli faccio volentieri pubblicita'! :-)