mercoledì, dicembre 22, 2010

Rotta-rottissima, praticamente da rottamare

Eccolo qua, il canto del cigno! Ce l'aveva fatta grossa gia' a Istanbul, 'sta infida... Vabbe', cerchiamo di restare calmi e di portare un minimo di rispetto per gli anziani, in fondo sono pur sempre 15 anni di servizio...


Che si rompa la macchina il giorno prima di un viaggio improrogabile e da farsi necessariamente su quattro ruote, irrita parecchio. Ma che si rompa a Milano a -8 giorni dalla data di rottamazione da eseguirsi a Bergamo e' una SFIGA da primato. Ironia della sorte, la macchina si trova nel parcheggio sotterraneo dell'ufficio, dove, causa tetto altezza (?) 2 metri, un normale carroattrezzi non puo' passare: tocca trovare qualcuno che disponga di un gancio-traino. E una volta tirata fuori di li', in un modo o nell'altro, dovro' spendere soldi - pochi o tanti, piu' facilmente tanti - al solo scopo di portarla dal rottamaio.

Dulcis in fundo (si fa per dire, ovviamente), sono tornato a casa a piedi per guasto temporaneo alla linea metropolitana. No comment. Eppure Manu lo aveva detto che non bisognava parlare di auto nuove mentre eravamo a bordo della vecchia carolina... Uff...

***
PS: testo scritto il 22/12 quando ancora mi scervellavo sul da farsi, foto del 27/12 alla partenza del carroattrezzi, dopo una lunga giornata al coordinamento dell'operazione "recupero del relitto". Uno scherzetto che mi e' costato 140 euri... aarrgghh!!!

sabato, dicembre 18, 2010

Pranzo di Natale trash (Happy Kitchmas)


Avete ancora in casa quel vecchio barometro con la foto di Papa Giovanni XXIII, oppure volete disfarvi, come già qualcuno ha fatto, della miniatura in gesso del duomo di Milano? Perché non regalarlo per Natale al proprio capo o al proprio consulente? 

Se l'idea vi stuzzica, ci vediamo venerdi 17 Dicembre al ristorante Antica Trattoria La Bocca di Corsico per il pranzo di Natale: ognuno portera' un oggetto trash, kitch, etc... imballato in un anonimo pacchetto regalo e dopo il pranzo, seguira' lo scambio / pesca dei regali.

RSVP

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Quello che avete appena letto e' l'invito che abbiamo ricevuto un paio di settimane fa via mail dal collega di ufficio Andrea. Oggi il pranzo alla mitica trattoria "La Bocca". Gente, mai pranzo di Natale dell'ufficio fu piu' divertente! Vi elenco la lista degli orrori, ops regali e i "fortunati" vincitori:

  • Tavoletta per colazione a letto, con cuscino imbottito sottostante. Che neppure all'IKEA. Vinto da Andrea, the big boss
  • Libro "On the other side of Mount Ararat". Scampata d'un soffio le versione originale in lingua armena. Vinto da Massimo
  • Vibromassaggiatore compatto a tre testine. Cinesissimo. Vinto da Sandra.
  • Set di candele profumate. Mai piu' senza. Vinto da Monica.
  • Soprammobile in finto vetro con decorazione interna in finta ceramica. Insomma, una vera bomboniera. Vinto da Nancy.
  • Cestino di dolcetti (ultra scaduti) con campanella decorativa rosso natalizia. Almeno il mese e' quello giusto. Vinto da Pietro.
  • Borsa per l'acqua calda rivestita di peluches maialino rosa. Volendo, sono due regali per il prossimo pranzo trash. Vinta da Pietro. 
  • Profumatore per ambienti, strong, tripla azione. Provoca vomito, diarrea e mal di testa. Vinto da Giacomo P.
  • Lima per le unghie. Vinta da Jessica. Che se le mangia!!!
  • Soprammobile "passero solitario cinguettante" in cotto. Eletto miglior orrido della tavolata: inguardabile. Vinto da Francesco.
  • Cuffie-microfono d'annata per PC. Caso mai dovessero servire. Vinte da Gianluca. 
  • Tazza da colazione. Zero fantasia. Vinta da Roberto.
  • Stimolatore "cowboy" (anale) per ufficio, con tanto di dedica: vuoi fare carriera? allenati a prenderla un po' nel c.... Vinto da Hovsep.
  • Bambola di porcellana in vago stile ottocentesco. Buona per il cane. Vinto da Giacomo Z. 
  • Danzatrice di flamenco in plastica mignon (vedi foto in alto). Non c'era altro in areoporto a Siviglia. Vinta da me medesimo.
  • Profumo Adidas per uomo sportivo. Una volta, forse. Vinto da Andrea, l'organizzatore del pranzo.

Per cimentarvi in questa esperienza davvero esilarante, e' sufficiente seguire le istruzioni della mail di Andrea,  munirsi di sacchettino con numeri della tombola e appicciare a caso sui pacchetti regalo un bigliettino numerato.


Buon divertimento!!!

giovedì, dicembre 09, 2010

Fine anno, tempo di auto-sconti


Fine anno, tempo di ottimi sconti dai concessionari di automobili. Del resto, in questi tempi di vacche magre con incentivi statali per la rottamazione azzerati, se vogliono vendere qualcosa non hanno alternative. A parte rimanere a bocca asciutta, s'intende!

Da tempo ci trovavamo a meditare sull'opportunita' di cambiare auto, in considerazione del fatto che la nostra ha percorso più di 190 mila km in 15 anni di servizio complessivi (media: 13,000 km/anno) e che da qualche tempo da chiari segni di cedimento. Gli ultimi, in ordine temporale: specchietto retrovisore destro rotto (rischio che caschi il vetro ad ogni buca), vaschetta liquido tergicristalli che perde, tergicristalli impazziti che non ritornano in sede, impianto di condizionamento dell'aria che affumica, invece che rinfrescare e poi ancora luce del cruscotto saltata e copricerchione anteriore sinistro disperso e mai piu' ritrovato.

E allora che si può fare? Cedere alla tentazione delle case e comprare una nuova autovettura? Si', ma con quale budget? Oppure accontentarsi di un usato, puntando sempre e comunque al risparmio? Scelta difficile, ma per noi neppure troppo, visto che in passato siamo rimasti scottati dall'esperienza di un'auto di seconda mano apparentemente sana ma in realta' affetta da mille problemi alla centralina elettrica. Alla fine, ci siamo orientati verso l'acquisto di un'auto nuova, oppure km.0 o pronta consegna. Budget-target di spesa pari a circa 15,000 euro, ma se si puo' stare anche sotto tanto meglio! A me quindici-cappa sembrano pure troppi.

Ammesso e non concesso che il ragionamento fino a questo punto abbia un senso, voi che auto avreste scelto? Tra molte alternative, la nostra scelta è ricaduta tra queste 10 berline compatte a benzina (dai 4 ai 4,5 metri di lunghezza), tutte Euro5, dai 100 ai 120 CV di potenza. Eccole, in rigoroso ordine alfabetico:


Nota: nel confronto, abbiamo volutamente escluso la pur bellissima Alfa Romeo Giulietta, perche' di listino si partiva gia' dai 20 mila euro in su. Inoltre, abbiamo escluso la Citroen C4 e la Ford Focus, perche' nel corso del 2011 usciranno i nuovi modelli.

Per poterle confrontare, ho seguito il classico approccio a "martello": consumare le pagine di quattroruote fino a conoscere a memoria numeri, dotazioni di serie e optional, chiedere ai concessionari preventivi il piu' confrontabili possibili (ossia chiedendo la parita' di optional, etc...), toccare, aprire, misurare e, laddove possibile, provare su strada i veicoli. Alla fine, ho dato una pennellata "ingegneristica" a tutto il lavoro, grigliando i dati raccolti su foglio excel e dividendoli per area tematica, con tanto di voti pesati. Eccovi, per inciso, le macro-categorie considerate:

  1. Caratteristiche tecniche e prestazioni - dimensioni, bagagliaio, potenza, emissioni, consumi;
  2. Allestimenti - dotazioni di serie vs optional;
  3. Linea e interni - ovviamente, qui si parla di un fattore puramente soggettivo;
  4. Prezzo – si intende quello "finito", incluso ritiro dell'usato/rottamazione.

Ebbene, secondo voi chi l'ha spuntata? Ve lo dico tra un attimo, prima qualche considerazione generale.

La Volkswagen vende il prodotto sostanzialmente più interessante. Il motore 1.2 TSI 105 CV con start&stop e' un vero gioiello tecnologico, piccolo e iper-risparmioso, ma ruggente e scattante all’occorrenza; lo si racconta con questi tre dati: 0-100 nell’ordine dei 10 s, velocita’ di punta 190 km/h e consumi su percorso misto dichiarati a 5,2 l/100 km. Va da se’ che le emissioni sono tra le piu’ basse della categoria. Il motore è solo il cuore di un una vettura perfezionata anno dopo anno, che regala piacere di guida, abitabilità, comfort, sicurezza e tenuta di strada. Aggiungo, pero', che la Toyota e' l'unica casa ad offrire qualcosa di realmente innovativo, ossia un motore ibrido (benzina-elettrico), ovviamente bisogna essere disposti a spendere circa 5 mila euro in piu' del previsto...

Per quanto riguarda gli allestimenti di serie (airbag/sicurezza, controlli elettronici sul movimento/frenata, radio e interfacce di comunicazione, computer di bordo, altro) vince KIA: pacchetto sicurezza di serie praticamente completo, radio, comandi al volante, computer di bordo, cruise control, partenza assistita in salita, persino la porta USB per gli mp3! Anche la “sorella” Hyundai si distingue, mentre Toyota tallona da vicino. Segnalo, infine, che Opel offre la combinazione di optional migliore dal punto di vista completezza/extra costi;

Opel, a mio avviso, offre l’auto complessivamente piu' elegante e ben rifinita, sia che si parli della linea sia che si parli del comfort, della razionalita’ e del design degli interni. Non è da tutti, la Seat Leon, ad esempio, ha una linea molto accattivante, ma la plancia centrale dell’autoradio e del climatizzatore è ad dir poco spartana e superata. Subito a seguire, vedo Mazda e Fiat (la Bravo rossa o nera è molto bella!);

Anche sui prezzi, KIA sbaraglia la concorrenza con prezzi quasi stracciati, anche in considerazione dei 7 anni di garanzia. Prezzi molto interessanti anche per Skoda (me lo aspettavo) e Opel (che bella sorpresa!).

La macchina, diceva uno dei tanti commerciali che ho conosciuto in questi giorni, e' ancora un acquisto "emozionale", per cui e' impossibile mettere d'accordo tutti. La cosa importante e' che ci siamo trovati d'accordo io e Manu, che alla fine abbiamo scelto Opel. Sorpresi? A noi è parso il miglior compromesso possibile, alla luce dei consumi contenuti, del ricco allestimento tecnologico, dell’eleganza, dell’ottima abitabilità (miglior bagagliaio!) e dulcis in fundo, del super-sconto per pronta consegna.

Colore? Bianco “tamarro”, in opposizione ai soliti grigi perlati e argento che ci sono stati proposti come alternativa. Anche su questo, chiaramente, si può discutere... :-)

lunedì, dicembre 06, 2010

Viaggio in Marocco - Marrakesh

Marrakesh, mille colori. Oltre che chiudere un cerchio turistico-culturale che passa da Gersualemme, Istanbul e Siviglia - e che vorrei ulteriormente arricchire in futuro con il giro della Sicilia - per me e' stato come toccare con mano uno dei grandi miti della mia adolescenza, consacrato da quelle pellicole di Salvatores dedicate ai temi della fuga, dell'amicizia e del mal d'amore.


Marrakech uguale Riad Zara, anzitutto. Dedico il primo pensiero al miglior bed & breakfast del nostro viaggio e alla sua splendida proprietaria Monique. Prendete nota, andate, soggiornate e quando tornate ricordate di lasciare i ringraziamenti sul blog per questa preziosa segnalazione. Siamo stati letteralmente coccolati da questa affascinante signora francese, tanto cortese, disponibile, prodiga di buoni consigli e sempre attenta alle necessita' degli ospiti. Monique non e' semplicemente una perfetta e raffinata padrona di casa, ma e', soprattutto, una donna in gamba. Aprire una struttura del genere da sola all’interno della medina di Marrakech dev'essere stato difficile, un'impresa non alla portata di tutti.


Tra un thè alla menta e l’altro, ci ha raccontato tutta la fatica che ancora oggi fa per portare avanti l’attività in un paese tanto diverso per mentalità e condizione femminile da quello da cui proviene: “A volte, il Riad mi sembra essere come una prigione, sono ostaggio dell’oasi di pace e benessere che ho costruito in mezzo a tanta arretratezza”.  In effetti, al di fuori di quel portone c’è tutto un altro mondo, il vicolo è stretto e polveroso e pieno di bambini che ci seguono mendicando una moneta, abbiamo mille occhi addosso che ci guardano come fossimo marziani, anche se veniamo regolarmente scambiati per spagnoli e quindi – dal punto di vista geografico – per i vicini di casa. Il contrasto e' talmente forte e i racconti di Monique cosi' travagliati che e' impossibile pensare al Riad come ad una semplice pensione per turisti.


Se spulciate tra i commenti che la gente lascia in internet scoprirete che Monique e' anche un'ottima cuoca e noi lo possiamo senz'altro confermare. Cominciamo col dire che la sera in cui ci siamo fermati a cena il Riad era illuminato dalla calda e soffusa luce di mille candele (sistemate persino sui gradini delle scale che portano al piano terrazzato), la piscinetta era cosparsa di petali di rosa e nell'aria risuonavano pezzi di musica popolare francese. In questa piacevolissima cornice, abbiamo gustato forse la migliore cucina marocchina di tutto il viaggio, con piatti saporiti, preparati nel pomeriggio con l'aiuto della fac-totum Fatima e innaffiati da ottimo vino d'oltralpe. La serata e' stata particolarmente gaia per via della buona compagnia: oltre a noi e Monique, infatti, era presente anche una coppia di suoi amici, Nicola e Stephanie, appena arrivati da Lione.


Il Riad Zara, per dirla tutta, e' stato un'ottima scelta anche sotto il profilo degli "incontri". Abbiamo trascorso la prima serata a Marrakech alla scoperta della grande e sempre varia piazza Djema El-Fna, in compagnia di una giovane coppia di medici di Parma, Simone e Deborah, conosciuta al nostro arrivo al Riad. Un paio di sere dopo, invece, abbiamo fatto amicizia con un'altra coppia di ragazzi, Marco e Laura, provenienti da Senigallia. Marrakech e' zeppa di turisti tutto l'anno, gli italiani la affollano soprattutto in Agosto, ma noi ne abbiamo incontrati diversi anche alla fine di settembre. Al Palais de Bahia abbiamo conosciuto per caso due simpaticissime fiorentine, Letizia ed Elisabetta (detta anche "bonne journée"), con cui abbiamo poi trascorso il resto del pomeriggio e la serata. A loro rimane indelebilmente associato il ricordo del baracchino denso di fumo del Grande Arrostitore di piazza Hassan.


Marrakech e' la sintesi perfetta del Marocco che abbiamo avuto modo di visitare: la citta' nuova, con palazzi e viali in stile occidentale, e' eredita' del periodo coloniale francese (certamente degni di nota, i giardini Majorelle e la bella facciata della stazione ferroviaria), la medina, al contrario, e' il volto piu' autentico e tradizionale del Marocco, con le perle di arte islamica (come la magnifica Medersa Ben Youssef), i monumenti storici e i palazzi imperiali, il grande e labirintico Suq, i negozietti e le botteghe artigiane sulla strada e infine, elemento unico ed impareggiabile, la caratteristica vivacita' da "piazza dei miracoli" di Djema El-Fna (patrimonio dell'umanita' UNESCO).


Non staro' ad annoiarvi con il dettagliato resoconto delle nostre eplorazioni, vi basti sapere che Djema El-Fna vale, da sola, come si suol dire, il biglietto. Non ci sono parole o fotografie che rendano l'idea: e' una piazza immensa, sbocco naturale delle viuzze coperte a nord del Suq e, piu' in generale, centro magnetico dell'intera medina, capace di attrarre ogni giorno una gran quantita' di saltimbanchi, artisti di strada e, ovviamente, gente comune e stranieri provenienti da ogni dove. Sempre in movimento, mai uguale a se stessa, ipnotizzante: abbiamo trascorso ore sulla terrazza del Cafe' Glacier ad osservare incantatori di serpenti, musici, cantanti e cantastorie, acrobati ed equilibristi, cartomanti, tatuatori, venditori ambulanti di cianfrusaglie (nonche' di merci lecite e illecite), maschere mendicanti, giostrai improvvisati, etc... La sera, al centro della piazza si materializza una distesa di tavoli all'aperto e baracchini ambulanti numerati (vedi il gia' citato Hassan), dove la gente consuma pasti principalmente a base di carne speziata e altre prelibatezze, spendendo cifre alquanto modeste. Monique raccomanda il baracchino numero uno, perche' e' l'unico gestito da una donna (un donnone, veramente!). Se passate di li', date almeno un'occhiata: pare di vedere un capitano al ponte di comando di una nave, che impartisce ordini ad una disciplinata e affaccendatissima ciurma di cuochi e sguatteri.


Non posso chiudere il discorso su Marrakech senza avervi detto qualcosa anche a riguardo del Suq. Anzitutto, vi riferisco un'impressione: mi sono trovato piu' a mio agio qui, tra viuzze anguste e irregolari (ci si perde subito, ma e' cosi' che dev'essere), che tra le pompose volte del Gran Bazar di Istanbul, forse fatte apposta per incutere una certa soggezione nel visitatore. E poi a Marrakech discuti con commercianti spesso molto giovani, se non adolescenti, che ogni tanto - tra un negozio e l'altro - sanno anche sorridere. Prendi il caso delle tre lampade in latta e pelle di capra, portate via ad un prezzo cinque volte inferiore a quanto richiesto ad inizio trattativa, mi sono seduto a fianco del giovane negoziante e abbiamo scambiato quattro chiacchiere informali come due vecchi amici.


Consigli per gli acquisti. Primo: trattate, trattate, trattate e se il prezzo ancora non vi convince andate via, il piu' delle volte vi inseguiranno accettando le vostre condizioni. Secondo: non fate mai un prezzo, neppure molto basso, se non siete interessati a comprare, altrimenti il venditore ritiene che la trattativa sia aperta e non vi lascera' andare via a mani vuote tanto facilmente. Terzo: portatevi una valigia vuota, perche' vorrete certamente portarvi a casa diversi oggetti di artigianato locale marocchino, senza contare che lo shopping nel Suq - lo avrete capito - e' un passatempo assai divertente!


Infine, chiudo buttandola ancora una volta sulla gastronomia. Il nostro ultimo giorno di vacanza lo abbiamo passato sulla costa atlantica, a Essaouira (la cui medina e' indicata dall'UNESCO come patrimonio dell'umanita'), da sempre importante snodo dei commerci marittimi e luogo di incontro tra europei - portoghesi prima e francesi poi - ebrei e berberi. Per certi versi mi ha ricordato San Giovanni d'Acri (Akko), per quella sua aria di porto senza tempo, ma il piatto forte - e' proprio il caso di dirlo! - e' senz'altro la grigliata di pesce appena pescato, che viene preparata e servita dai ristoratori ambulanti sul porto. Ragazzi, che magnata!!! Ci siamo fatti un chilo di branzino in due (sul prezzo, ovviamente, c'e' da contrattare, ma oramai che ve lo dico a fare?), con foto ricordo al banco delle aragoste. A ne pas manquer! :-)

sabato, dicembre 04, 2010

Viaggio in Marocco - Ouarzazate

Se ci penso, mi mangio le mani. La fotografia di paesaggio piu' bella di tutto il viaggio in Marocco e' quella che non ho scattato tra Skoura e Ourzazate, quando la strada scende parallela al corso del fiume Dades e, al di la' degli imponenti costoni di roccia striata, dai colori caldi, si scorge l'azzurro del lago Al Mansour ad-Dhabi. Ouarzazate ha l'aspetto di una città occidentale, con strade larghe e pulite e perfino ordinate.


Anche l'hotel Les Jardins de Ouarzazate ha poco a che fare con i riad a conduzione familiare e le kasbah di campagna presso cui abbiamo trovato ospitalita' fino ad ora; si tratta, infatti, di un complesso moderno, diviso su piu' piani, con ampia piscina e personale in divisa, anche se il ricco arredo e' consono al gusto e alle tradizioni locali. Al nostro arrivo, un facchino ci scorta fino alla stanza attraverso un bel giardino curato, scopriamo cosi' che ci hanno sistemati proprio di fronte alla piscina. La stanza è accogliente e spaziosa e il servizio, nel suo complesso, eccellente, anche in considerazione del fatto che il pernottamento in questo tre stelle ha un costo molto contenuto. Posati i bagagli, ordiniamo le solite gustosissime omelette berbere (ormai e' diventato un classico della vacanza), quindi pranziamo all'aperto, nel tavolino appena fuori dalla stanza di fronte al giardino. Se non fosse che il cielo e' nuvolo e minaccioso di pioggia, sarebbe tutto perfetto.


Verso le quattro, comincia a cadere qualche goccia d’acqua, per cui decidiamo di riposarci un’oretta, prima di pianificare giri turistici o qualsiasi altra cosa. Quando ci destiamo, fuori si sta facendo buio, ma non piove e l’aria è ancora tiepida. Un cameriere (un po' sfacciato) osserva Manu immergersi in piscina, quindi schiocca una risata e le offre un fiore colto dal giardino; a quel punto, m'infilo anch'io il costume e metto la testa fuori dalla stanza; prima di tuffarmi in acqua, scatto qualche fotografia a bordo vasca alla ricerca dell'angolo perfetto e della combinazione di tempi e aperture del diaframma che rendano giustizia alla bellezza della luce del crepuscolo. Come e' naturale che sia, il nostro bagno serale attira l’attenzione di diversi ospiti delle camere vicine e, in particolare, di una signora americana, che, con una scusa banale, attacca bottone. Sorriso aperto, sulla mezza eta', simpatica, spigliata, per nulla intimidita dalle circostanze (io sono sempre in acqua, un po' infreddolito, in attesa che Manu mi porti un accappatoio): si vede che ha voglia di fare quattro chiacchiere con qualcuno. La invitiamo a cenare in nostra compagnia. La signora Anna (questo, il suo nome) si rivela un’amabile conversatrice, trascorriamo una serata molto piacevole, discutendo di viaggi, America e politica. Oh! A proposito, mettetevi il cuore in pare perche', secondo Anna, Obama non verra' rieletto: la gente e' molto scontenta per via della crisi economica in cui versa il paese, Obama forse non ne e' il responsabile, ma non sta facendo un gran che per uscirne fuori.


Ouarzazate e la sua provincia sono la patria del cinema marocchino. E' qui che sorgono i gloriosi CLA Studios e Atlas Film Corporation Studios, che sono stati set cinematografici per pellicole del calibro di Lawrence d'Arabia, Thé nel deserto, Le rose del deserto, Gesu' di Nazareth, L'ultima tentazione di Cristo, Black Hawk Down, Kundum, Il Gladiatore, La Mummia, Alexander, Le Crociate, Sahara, Troia, l'Esorcista 2, Hidalgo e Babel. La cornice naturale e artistica offerta dal deserto di roccia e dalle kasbah antiche ha, in altre parole, stregato registi come David Lean, Mario Monicelli (il grande maestro morto suicida proprio in questi giorni), Bernardo Bertolucci, Martin Scorsese, Ridley Scott, Oliver Stone, Stephen Sommers, Breck Eisner, John Boorman, Joe Johnston e Alejandro González Iñárritu. Piu' recentemente, almeno stando a quello che dice la Lonely, il Marocco ha intrecciato strette relazioni con l'industria cinematografa bollywoodiana, ma non ve lo posso certo confermare. E' possibile visitare entrambi gli studios, ma noi ci siamo limitati solo a scattare qualche fotografia-souvenir al portale esterno (kitch) degli Atlas.


Il vero obiettivo della nostra tappa a Ouarzazate erano in realta' la Kasbah Ait Ben-Haddou (patrimonio dell'Unesco) e la piu' piccola e modesta - si fa per dire - Kasbah Taourirt, che piu' che un palazzo assomiglia ad un intricato labirinto di scale, corridoi e piccole porte: quando le stanze sono un di piu'. Quanto ad Ait Ben-Haddou, bisogna aprire un capitolo a parte.


Per arrivarci, percorriamo una strada dissestata in mezzo al solito niente; incrociamo solo qualche raro veicolo, cercando di evitare ogni volta delle buche tanto colossali da poter facilmente inghiottire la macchina intera. Al parcheggio, troviamo il solito abusivo, tuttavia sembra starsene sulle sue; nei dintorni, non si vede ombra di guide turistiche improvvisate, il che puzza di strano. Ci mischiamo in mezzo ad un folto gruppo di turisti appena sbarcati da un mega-pullmann, con la speranza di evitare il piu' possibile le attenzioni degli ambulanti schierati ai lati dell'unica strada che conduce alla kasbah. Ciononostante, vengo abbordato da uno “studente”, che vorrebbe tanto ripassare il suo italiano e chiedermi la traduzione di alcune frasi di suo interesse; di fronte a lui un negozio di chincaglierie. Incredibile! Sembra uscito fuori dalla sezione "faux guides" pagina 531 della Lonely Planet.


Superiamo il primo ostacolo, ma subito se ne presenta un altro, ben piu' consistente: tutto mi aspettavo, fuorché per arrivare alla kasbah bisognasse guadare un fiume e per giunta torbido di schifosissima melma. Be', se proprio uno non volesse insozzarsi piedi e vestiti, puo' sempre chiedere un passaggio al taxi-mulo, che ovviamente implica tutta una contrattazione che non abbiamo alcuna voglia di fare. Ci tiriamo su i calzoni e ci avventuriamo nella melma, seguendo l'esempio di altri turisti.


Tutto questo sarebbe stato anche sopportabile. Quello che ha fatto imbestialire Manu e' stato il fatto che di trovare sull'altra riva del fiume una schiera di individui che, come famelici pirahna, ci attendeva per venderci pacchetti turistici comprendenti la visita guidata della kasbah e l'immancabile visita alla locale cooperativa di tappeti e filati. Eravamo ancora con i piedi a mollo quando uno di questi appiccicosissimi personaggi ci ha preso di mira, offrendo insistentemente i suoi servigi per "soli" 50 dirham. Non e' stato facile convincerlo a lasciarci perdere, c'e' voluta molta pazienza e delle riposte secche. Non vi dico Manu, a quel punto il suo umore era piuttosto nero e purtroppo non s'e' goduta molto la visita della kasbah, che per altro e' un tesoro eccezionale.


Per quelli che a questo punto non si sentono troppo convinti, una piccola nota di incoraggiamento: abbiamo visto con i nostri occhi che poco piu' in la' dal punto in cui abbiamo guadato il fiume c'e' un cantiere all'opera che sta realizzando un ponte. Guide locali e turisti, per lo meno, si incontreranno all'asciutto e le relazioni tra i due mondi non potranno che trarne reciproco beneficio.

giovedì, dicembre 02, 2010

Viaggio in Marocco - Todra Gorges

Colazione nel deserto, tempo di calorosi saluti e auguri che valgono per una vita intera, ma anche di scambi di email e promesse. Le fotografie, mi raccomando! Scriviamoci per condivere gli scatti piu' belli e chissa' che un giorno, per qualche strana coincidenza, non ci si ritrovi di nuovo fra le dune di qualche deserto (o, piu' curiosamente, in piazza Duomo a Milano). Con animo gonfio di buone sensazioni, ci rimettiamo in viaggio: davanti a noi, un orizzonte di ghiaia e sabbia, oltre il quale, da qualche parte, deve esistere la strada asfaltata. Basta trovarla, ma non e' un'impresa semplice, dal momento che non ci sono i soliti bambini a cui chiedere aiuto.


David e Toni ci offrono la soluzione. Il loro autista, una guida locale, conosce la via e ci mettiamo d'accordo perche' ci facciano strada fino alle Gole del Todra ("Todra Gorges"), dove siamo diretti tutti quanti. Gentilissimi davvero! Anche perche' su quel tipo di terreno noi (a differenza loro, che hanno un mezzo a prova di safari) non possiamo muoverci a piu' di 5 km/h e devono attendere un bel po' prima di vederci emergere dal sentiero sterrato. Una bella fortuna non aver forato neppure una volta, per aver fatto 1700 km di strada in Marocco!


A meta' percorso, la guida propone una visita "culturale" presso antichi pozzi berberi, ormai secchi, custoditi da alcuni conoscenti, i quali prima ci danno qualche scarna informazione sulla genesi del posto e sul funzionamento dei sistemi di raccolta dell'acqua e poi ci invitano a dare un'occhiata alla vasta scelta di (finti) fossili e minerali dai colori sgargianti, di cui la zona abbonda. Ci rimettiamo in marcia, dopo aver allungato una piccola mancia e attraversiamo paesini poveri, affollati di persone (uomini in maggioranza), bambini e bestie da soma, in cui tutti si premurano di sbucare da ogni dove, ingombrando la carreggiata: con tutta questa confusione, non e' difficile rispettare il limite urbano dei 40 km/h.


Finalmente, giungiamo in prossimita' delle gole e ci fermiamo in un punto in cui la strada guarda la valle sottostante come fosse un balcone affacciato sul mare: la differenza e' che davanti a noi non c'e' una distesa d'acqua sconfinata, ma palme a perdita d'occhio e campi coltivati, ad incorniciare quella perla antica di color ocra e beige che e' Tinghir. Salutiamo gli inglesi, che proseguono, mentre noi scattiamo prima qualche foto ricordo. Ripartiamo quasi subito, perche' l'ora di pranzo e' suonata da un pezzo, non abbiamo ancora messo niente sotto ai denti e dobbiamo ancora trovare il nostro hotel.


Sebbene dissestata, la strada non appare affatto disastrosa come ci è stata descritta, il vero problema sono gli autoveicoli che sfrecciano in direzione opposta, incuranti del poco spazio di manovra disponibile: tutto vero quello che le guide raccontano a proposito dello stile di guida dei marocchini! Finalmente, raggiungiamo Douar Tizgui e scorgiamo l'insegna del Dar Ayour ("Casa della Luna"). Parcheggiamo in quello che crediamo essere il garage dell'hotel; in realta', si tratta del garage di una palazzina privata, con bandiere internazionali svolazzanti da ogni balcone. Il proprietario e' un personaggio alquanto loquace e bizzarro, dall'aria fin troppo amichevole, non apprezzo molto le confidenze da vecchi amici che si prende dopo che ci accordiamo sul prezzo del servizio di parcheggio.


"Non date monetine ai bambini, perche' quanti piu' dirham ricevono dai turisti tanto meno voglia gli rimane di andare a scuola”. Con queste parole accompagnate da un bel sorriso aperto ci accoglie Adnan, manager della struttura in cui lavora con i suoi fratelli e alcuni dipendenti: una squadra di giovani molto volenterosi e in gamba, che si fanno in quattro pur di attirare gente in questo sperduto angolo del paese. Sembra che fino ad ora abbiano vinto la scommessa e tutto grazie ad una maniacale cura della reputazione che la struttura ha su Internet: Adnan ci racconta di come cura il sito, le relazioni con le agenzie via email e, dell'importanza dei commenti dei visitatori presso i portali del turismo, etc.. Ci svela pure i retroscena di come e' finito in cima alle preferenze della Lonely Planet (Dar Ayour e' "il nostro preferito" dell'edizione 2009): mi ha fatto un po' specie sapere che l'autrice della guida non abbia passato neppure una notte nella guest house, ma si sia limitata a gironzolare per le stanze, facendo domande e prendendo minuziosi appunti.

"Chi va piano, va sano e lontano". Pare che da queste parti tutti conoscano questo saggio detto italiano. Adnan lo scandisce, sottolineandolo con grandi risate, mentre ci porta a tavola una omelette berbera e qualche fetta di pane. E' un ragazzo solare e mi diverto un mondo a riempirlo di domande mischiando volutamente francese, inglese, spagnolo e italiano al solo scopo di misurare la sua abilita' nel rispondere ora in un idioma ora nell'altro. Davvero formidabili con le lingue, questi marocchini!


A proposito di lingue, ristorati e riposati, la mattina successiva, ci incamminiamo con una delle guide del Dar Ayour, alla volta delle famose gole. Con noi, altre 4 persone: una coppia francese di mezza eta' e una giovane coppia di Zurigo. Lingua prescelta dalla guida? Il francese, tanto lo capiamo tutti, giusto? Certo, come no! Diamo il nostro placet per non deludere le aspettative di mezza Europa, ma ovviamente non comprendiamo quasi nulla di quello che Said (la guida) spiega lungo la via.


Tutto sommato, le gole non sono poi cosi' mozzafiato, come ce le aspettavamo: gli Orridi della Val Taleggio, giusto per fare un esempio vicino, non hanno nulla da invidiare alle incombenti e ravvicinate pareti verticali scavate dal fiume Todra. Ci colpiscono molto, invece, i percorsi creati ad uso e consumo dei rocciatori, ben visibili dai bordi della strada: bisogna essere proprio matti (pura follia verticale, commenta Manu) per avventurarsi lassu'! Proprio alla base di uno di questi percorsi, incrociamo e scambiamo qualche battuta con due giovani svizzeri, che stanno predisponendo l'attrezzatura per l'arrampicata. Mentre osservo la scena, penso all'incontestabile verita' che Dio li fa e poi li accoppia: Manuela non si misurerebbe mai con un'impresa del genere, neppure se le puntassero contro la canna di un fucile. E il secondo colpo sarebbe mio.


Nel punto piu' stretto della gola, la strada scompare, inghiottita dal fiume. Prima e dopo quel punto, si possono vedere chiaramente le tracce dei pneumatici dei 4x4 che abbandonano l'asfalto e si gettano nelle acque. Ecco come fanno a raggiungere gli alberghi e le guest house oltre Tizgui! Ci rallegriamo parecchio al pensiero della fortuna sfacciata che abbiamo avuto nel selezionare, senza saperlo, una guest house al di qua della strozzatura.

Come ci aspettavamo, il tour proposto da Said include la visita del suo villaggio e un classico the alla menta a casa sua. Costeggiando i campi lungo gli argini del fiume, scorgiamo le donne che, con la schiena piegata, coltivano e raccolgono verdura e frutta per le loro famiglie. Poco oltre, troviamo altre donne che lavano i panni con i piedi a mollo nell'acqua, immagine di un mondo che da noi e' scomparso almeno due o tre generazioni fa. Said ci invita a non scattare fotografie, se non a persone consenzienti. Da lontano, una anziana ci chiede se vogliamo dare una mano e non capisco se lo faccia con fare amichevole o irritato.


Finalmente, giungiamo alla casa di Said. Sulla porta veniamo calorosamente accolti dal cugino della nostra guida, che ci introduce al piano superiore e ci fa accomodare per terra all'interno di una stanza ampia e priva di mobilio, ma completamente foderata di tappeti e cuscini. Su un lato della stanza, scorgiamo un grosso telaio e, accanto ad esso, una donna di un'eta' indefinibile (la sorella del padrone di casa?), che ci sorride appena, tutta all'opre femminili intenta. Quando non tesse, la donna fila e solo ogni tanto si alza per aiutare gli uomini a srotolare i magnifici tappeti che cercano di propinarci. Nessuno di noi appare interessato a comprare quindi finiamo di sorbettare il the alla menta, salutiamo promettendo di fare pubblicita' e rompiamo le righe. E' ora di ripartire!


Le gole del Todra ci regalano a questo punto un altro quadretto di costume: ricordate il garage che custodisce la nostra vettura? Bene, e' chiuso e scopriamo che il proprietario, fumatosi (in tutti i sensi) gli accordi fatti, se n'è bellamente andato al mercato del Lunedi' di Tinghir e non è reperibile in alcun modo. Lo dicevo che quel tipo non mi convinceva per niente... Fortunatamente, al Dar Ayour sanno dove abita il padre dell'inaffidabile garagista e chiedono aiuto. Passano i minuti e alla fine compare un vecchio scorbutico con un mazzo, non esagero, di almeno cento chiavi di diverse fatture e dimensioni; lo vedo rovistare, estrarne una a colpo sicuro, infilarla nel lucchetto e aprire la serratura. Incredibile. Il vecchio stregone, a quel punto, con una bella faccia tosta ci chiede i soldi per i servigi suoi e per quelli del figlio, ma i ragazzi del Dar Ayour sistemano la faccenda pagando il conto al posto nostro. Decisamente, se andate da quelle parti, mettetevi nelle loro mani!

sabato, ottobre 30, 2010

Viaggio in Marocco - Sulle dune di Merzouga

Chi conosce il Marocco sa che Merzouga fa rima con "cammellata-nel-deserto": sulla mappa e' un puntino, ma e' una tappa che varebbe da sola un viaggio intero. Mentre programmavo il viaggio, seduto su questo stesso divano dal quale ora ne scrivo i resoconti, mi chiedevo: che effetto ci fara' raggiungere questo avamposto di Sahara? Ci lasceremo sedurre dalla tentazione di trascorre una notte in un accampamento nascosto tra le dune del deserto? Ansie da principiante. Ora che ci sono stato e che so che per molti versi ha i contorni di una grande attrazione all'aperto ad uso e consumo dei turisti ci rido su, ma attenzione! Parliamo comunque di un luogo dove la natura regna sovrana, un luogo pieno di fascino, sconfinato, dalle geometrie perfette, ineffabile...  In un posto cosi', ci tornerei pure domattina!


Il primo problema, come per le altre tappe di questo viaggio, e' raggiungere il bed&breakfast che abbiamo prenotato via Internet: la Kasbah Mohayut. Secondo alcuni, la strada asfaltata termina a Rissani: poi, o si dispone di un quad, oppure e' il caso di abbandonare il veicolo e percorrere i 40 km rimanenti con un taxi ben carrozzato. Secondo altri, la strada asfaltata è stata realizzata e potremo raggiungere Merzouga tranquillamente a bordo della nostra Polo. Il tentativo di dirimere la questione attraverso Google non sortisce effetti, dal momento che la veloce ricerca che effettuo non restituisce notizie chiare. Non ci resta altro che andare e verificare di persona. Per non farla troppo lunga, alla fine vi posso confermare che la strada e' in ottimo stato, ma e' pur vero che nei pressi del villaggio di Hassi Labiad l'asfalto cede il posto ad un polveroso sterrato, pieno di insidiose buche e sassi: su un terreno del genere, meglio disporre di un 4x4. Per orientarsi e trovare la kasbah (l'unica apparentemente non indicata, seppure siano presenti numerose indicazioni stradali), ci avvaliamo del solito servizio di "scorta su due ruote", offerto dai bambini del posto.


Piu' che un resort, la Kasbah Mohayut ci appare come una vera e propria oasi del benessere: curata, elegante, piena di gente dall'aria rilassata, compresi i giovani berberi che la mandano avanti. La quasi totalita' degli ospiti e' composta da turisti occidentali; ne troviamo diversi spaparanzati sulle sdraio a bordo piscina (impossibile non posare gli occhi sulla sagoma di dromedario a capo vasca che sputa acqua dalla bocca), intenti a leggere o, piu' semplicemente, a sonnecchiare. Altri, invece, sostano nell'area ristorante, seduti all'ombra di frondose palme e chiacchierano soavemente, sbocconcellando sandwich o altre cibarie. Vista l'ora, ci facciamo preparare un paio di omelette “berbere” pure noi e, nell’attesa, attacchiamo bottone con una simpatica e cordiale coppia di signori olandesi: ci spiegano che fanno parte della comitiva che di lì a poco partira' con i cammelli e che passera' la notte nel deserto e ci invitano a far parte della spedizione. La proposta ci entusiasma subito, pur senza conoscerne i dettagli. Corro ad informarmi presso la reception se possiamo unirci al gruppo, con un'idea fissa in testa: quando ci ricapita un’occasione del genere? I berberi potranno avere mille difetti, ma quanto a senso dell'ospitalita' non sono secondi a nessuno: di buon grado, ci viene concesso il cambio programma ("nothing is impossible, in the desert"), nonostante il fatto che ci balli un minimo di differenza sul prezzo pattuito all'atto della prenotazione con Venere.com. Bene! E' deciso: dormiremo sotto le stelle…


Alle cinque in punto, veniamo chiamati a raccolta da alcuni giovani con tradizionale palandrana blu fino alle caviglie e turbante: i nostri cammellieri. Il gruppo di turisti comprende cinque coppie adulte: oltre ai due olandesi (Engelien e Ad), abbiamo una coppia di tedeschi (Birgit e Walter), una coppia di inglesi (Toni e David) e una di origine filippina (Miki e Teddy), che porta con se' un pargolo di appena un anno e mezzo (Jared). Un gruppo tanto eterogeneo quanto allegro: lingua franca l'inglese. David rompe subito il ghiaccio facendomi notare che i dromedari su cui io e Manu (da subito, "the italians") stiamo montando non sono buoni: i tedeschi, infatti, li hanno scartati. Walter, il marito tedesco, in realta' ha un "cammello" motorizzato ed alquanto inaffidabile: un quad che, da quanto apprendiamo in serata presso il campo berbero, si e' insabbiato nel risalire una duna. I nostri dromedari, allora, non sono poi cosi' male!


Il primo impatto con i dromedari è tranquillo. Si tratta di animali assai pacati, con l'unica pecca di puzzare tremendamente e ruminare rumorosamente. Deglutiscono e digeriscono (e defecano) in continuazione, a tratti pare pure che siano contenti della loro condizione, almeno a giudicare da quella specie di ghigno che gli si stampiglia sul muso mentre masticano. Uno alla volta, ci accomodiamo in sella alle bestie, accovacciate per terra; poi le guide impartiscono il comando di alzarsi e, un attimo dopo, superata la prova di un paio di strattoni da rodeo, ci troviamo ad osservare il mondo da due metri di altezza.


Comincia in questo modo la nostra avventura attraverso le dune di sabbia rossa di Merzouga: i cammellieri davanti, a far strada a piedi e tutti noi sui cammelli dietro, legati l'uno con l'altro, in due file per cinque. Nessuna descrizione puo' dar merito alla bellezza del paesaggio che ci sfila accanto; le stesse fotografie che abbiamo selezionato e postato in questo articolo sono un supporto assai misero alla rappresentazione di una cosi' memorabile esperienza!


Quello che posso dire, a commento delle immagini, e' che il deserto mi ha fatto uno strano effetto: passavo da momenti di inspiegabile euforia, in cui sentivo la necessita' di sdrammatizzare quelle geometrie cosi' perfette con grandi risate e commenti divertiti espressi ad voce alta, ad altri in cui mi chiudevo per lunghi attimi in un silenzio ammirato. Contemplavo, assorto, tanta bellezza.


I dromedari hanno un passo lento e dinoccolato. In salita ed in discesa è un’impresa rimanere in sella e seguire i movimenti degli animali che affondano con le loro zampe a stantuffo nella sabbia. Dopo un’oretta circa di cammino i cammellieri ci concedono una sosta e ci invitano a raggiungere la sommita' della grossa duna che ci si para davanti per godere dello spettacolo del sole al tramonto. Alla spicciolata, scaliamo la vetta e diamo libero sfogo alla vena artistica e fotografica che caratterizza ogni occidentale che si rispetti. Il piccolo Jared, invece, scoperta la sabbia, inizia a giocare ridendo come un matto al contatto con i finissimi granelli di polvere rossastra. Che posto fanstatico!


Calato il sole, ci issiamo di nuovo sui dromedari e ci dirigiamo all’accampamento: una struttura a ferro di cavallo coperta di tappeti, con brandine in metallo, materassi e lenzuola sui quali si dorme vestiti (non abbiamo visto trasportare nuova biancheria per i letti…). Le guide ci rassicurano circa l’assenza di insetti e rettili pericolosi. Con tutti i turisti che da anni visitano quest'angolo di deserto, non si fa fatica a crederlo: saranno scappati altrove! Ci fanno quindi accomodare attorno ad una bella tavolata rischiarata da una lanterna a cherosene e ci servono frutta secca ed un ottimo tajine. Vedo David e Ad estrarre dal cilindro due bottiglie di vino (rosso e rosato) con il quale brindiamo alla bella compagnia. David racconta una storiella divertente mettendo a confronto la naturalezza con cui, secondo lui, ho cavalcato il mio dromedario e i suoi disperati e maldestri tentativi di rimanere aggrappato alla sella del suo animale: la gestualità e l'enfasi che mette nel descrivere la scena comunica un’ilarità contagiosa.


Purtoppo il cielo coperto non ci permette di vedere le stelle, ma andiamo a letto soddisfatti della splendida avventura, accompagnati dal chiarore della luna che fa capolino tra le nuvole. Birgit e Walter, a dispetto del cielo che minaccia pioggia, chiedono di poter dormire all’aperto e le guide portano i loro letti sulla sabbia, immediatamente fuori dall’accampamento. La mattina moriamo di invidia: il cielo, rischiaratosi nel corso della notte, ha regalato ai coraggiosi una stellata memorabile.


L’alba e' alle porte e chiama il gruppo di fotografi a rapporto. Saliamo nel silenzio più completo fino alla sommita' della duna dove sostano i dromedari, che ci accolgono con i loro versi; quindi proseguiamo oltre in direzione di una duna che domina una porzione di deserto, aspettando che il sole faccia capolino. La sabbia fresca sotto i piedi da’ una sensazione da brivido. Dopo qualche minuto di studio, decido di conquistarmi una duna ancora piu' in la', tutta per me, da cui godere in solitaria lo spettacolo dei primi raggi del nuovo giorno.


I cammellieri, nel frattempo, sono al lavoro per sistemare accampamento e cammelli per la partenza. Dopo una buona dose di whisky berbero (the alla menta) e una foto di gruppo, ci rimettiamo in cammino per tornare alla kasbah, dove ci aspettano una doccia rigenerante e un’abbondante colazione. Peccato, questa faccenda di accamparsi nel deserto cominciava a piacermi.


Arriva il momento dei saluti augurali e dello scambio di email. Siamo pronti per la prossima tappa, ma un pezzo dei nostri cuori rimarra' per sempre nascosto tra le aride dune di questo deserto.

venerdì, ottobre 08, 2010

Viaggio in Marocco - La palmerie di Er-Rachidia

La quarta giornata del nostro tour del Marocco e' una specie di tappa di trasferimento verso sud: 350 km nel nulla di paesaggi via via piu' brulli e desertici. I pochi centri urbani che incrociamo distano tra loro anche diverse decine di chilometri e per lunghi tratti dalla strada non si vede altro che rocce e sterpaglia. Di rado, capita di avvistare qualche isolato pastore col suo gregge e qualche ancor piu' raro meccanico improvvisato, seduto sotto un albero, in prossimita' della strada, con un misero banchetto di attrezzi. Vien da chiedersi come questa gente riesca a campare tutta una vita con mezzi tanto modesti.


Da ultimo, ma non meno importante, occorre dire che per le strade si incontrano molte pattuglie di polizia stradale. Vi sembrera' strano, ma il presidio e' costante e particolarmente meticolosi, guai a sgarrare! Io ne so qualcosa, dal momento che mi sono beccato una multa per eccesso di velocita' all'altezza di Ifrane: 80 km/h, contro un limite di 60 km/h. Boh! Giuro che io non ho visto nessun cartello "60", tuttavia, considerata l'elevato numero di tratti stradali con lavori in corso e' del tutto possibile che mi sia sfuggito. Il poliziotto mi ha fatto un verbale in piena regola da 400 dirham (40 euro) e da allora, per paura di incappare di nuovo nella stessa tagliola, ho guidato praticamente a 60 km/h fissi (o meno).


Fortunatamente, il lungo viaggio in macchina ha regalato anche qualche piacevole sorpresa, come i maestosi scorci panoramici della valle del fiume ("oued") Ziz. Immaginate un corso d'acqua color ocra che solca una ampia e profonda valle, dove le fronde delle palme si intrecciano senza soluzione di continuita', per decine e decine di chilometri. Immaginate una cornice di monti scavati dall'acqua e dal tempo, polverosi e completamente privi di vegetazione, di colore rosso argilla. Immaginate, infine, che le uniche tracce della presenza umana siano case di fango e roccia, dello stesso colore delle montagne, al limitare dei palmeti.


La kasbah che abbiamo prenotato si trova in uno di questi villaggi, a 30 km dal centro abitato capoluogo di questa zona, Er-Rachidia. Per raggiungerla, svoltiamo a destra in una stradina in discesa che sembra buttarsi dritta nel cuore della vallata. Costeggiando le case del villaggio, notiamo che gli occhi della gente assistono curiosi al nostro passaggio; viene da pensare che da queste parti non siamo molto abituati a vedere stranieri. Chiediamo a due ragazzini in bici di farci strada fino alla Maison d'Hotes Zouala, visto che la segnaletica e' un po' ambigua. La kasbah ha un aspetto imponente, circondata com'e' da mura spesse. Veniamo accolti da un uomo minuto, avvolto in tipici panni berberi, dal fare molto spigliato, che ci accompagna nelle nostre stanze: uso il plurale volutamente, perché sostanzialmente, considerato il limitato numero di ospiti, ci hanno riservato una intera ala dell'edificio al piano superiore: tre camere da letto in tutto. Nella nostra matrimoniale, c'e' un camino, tappeti per terra e sulle pareti e varie lampade artigianali, ricavate da vasi di terracotta rielaborati in modo artistico.


Ci godiamo l'aria profumata e le ultime luci del tramonto, scattando qualche fotografia romantica, mentre un gruppo di bambini tira quattro calci ad un pallone, nella semi-oscurita' e, manco a dirlo, su un campo pieno di pietre e polvere. Si fa l'ora di cena e Mr Moha, il padrone del maniero, raduna gli ospiti, facendo strada fino ad una elegante sala da pranzo, piena di morbidi tappeti, cuscini, arredi in bronzo e artigianato locale; al centro della stanza, quattro colonne, anch'esse rivestite di splendidi tappeti. Prima di entrare, veniamo invitati a togliere le scarpe. La cena berbera e' fin troppo abbondante e gustosa: zuppa di verdure, accompagnata da focaccia fatta in casa, couscous e tajine di carne, una specie di budino con crema di mirtillo. Mi spiace lasciare nel piatto molta di quella roba. Mr Moha scambia chiacchiere un po' con tutti; e' un uomo carismatico e dai modi affabili, anche se alla lunga mi infastidisce un po' l'insistenza con cui ci consiglia l'hotel di un suo conoscente a Merzouga. E si' che gli avro' ripetuto almeno un paio di volte che avevano gia' in mano una prenotazione per un altro posto!


A colazione, il giorno successivo, facciamo amicizia con una coppia di francesi di mezza eta', che stanno facendo un tour del Marocco della durata di un mese con un 4x4. Lui mi ricorda un po' Alain Delon, versione sportiva, anche se ha il naso a patata e i capelli gia' tutti bianchi e lunghi, raccolti in una coda da vero macho; lei e' molto dolce, pacata, ma si vede che ama molto lo stile di vita avventuroso che fa con il suo Alain. Ci mostrano cartine molto dettagliate del giro che si sono inventati: hanno gia' visitato o stanno per visitare zone che noi non ci sogniamo neppure di prendere in considerazione. Non è la prima volta, per loro, in Marocco e affrontano il viaggio con una tranquillità e un fatalismo invidiabile: non hanno prenotato nulla, per non rischiare di trovarsi vincolati a posti non di loro gradimento e la jeep, per loro, e' una buona alternativa nel caso in cui non ci siano altre soluzioni. Lui ci svela anche di conoscere un po' di arabo ("io so parlare l'arabo, come tu il francese", mi dice e io lo prendo per una specie di complimento... da solito narciso!): molto utile, sia per le contrattazioni, che in caso di problemi, ad esempio, con la polizia stradale. Ci spiega, ad esempio, che lo scoglio dei 400 dirham di multa e' facilmente aggirabile: basta - come per tutte le altre situazioni tipiche del Marocco - contrattare, farlo in arabo rende il compito piu' agevole. Naturalmente, occorre un bel po' di faccia tosta, ma a lui certo non sembra mancare e finora di multe non ne ha pagate. Parentesi: a Marrakesh, ci hanno spiegato che in alcuni casi funziona persino la scusa della carta di credito: mi spiace, non ho moneta...  Io, comunque, non ci scherzerei troppo con quei poliziotti: la Lonely ammonisce chiaramente sul fatto che le loro carceri non siano il posto migliore dove trascorrere le ferie... :-)


Finita la colazione, facciamo un giro per la palmeraie in compagnia di Said, il berbero minuto che ci ha accolti all'arrivo nella kasbah. Said ci spiega la vita della gente del villaggio: ogni famiglia coltiva un pezzo di terra all'interno della palmeto; ogni pezzo di terra e' separato da quello dei vicini mediante dossi di fango. Girando per i campi, notiamo che sono principalmente le donne a lavorare la terra, mentre gli uomini - a detta della nostra guida - si occupano della raccolta della frutta. Said ci illustra anche l'ingegnoso e antico sistema di irrigazione: il corso del fiume può essere deviato creando canali di irrigazione, ma solo utilizzando sbarramenti fatti di sassi e legno, perche' il cemento ostruirebbe completamente il passaggio dell’acqua, arrecando danni a chi vive più a valle. Chi non possiede terra lavora nei campi delle altre famiglie oppure presta servizi di manutenzione dei canali di irrigazione. Ciascuno è libero di cogliere della frutta sul posto e mangiarla, ma non può portarla via e rivenderla come fosse sua. Tutte le controversie vengono risolte all'interno del villaggio, senza mai ricorrere alla giustizia civile: esiste, infatti, una commissione di saggi-giudici, composta da solo sei persone, espressione delle famiglie piu' nobili.  Said ci spiega tutto questo e risponde pazientemente a tutte le nostre domande. L'unico aspetto che non ci convince e' il fatto che abbia un solo figlio: com'e' possibile che tutte le persone ci dicono di avere solo uno o due figli al massimo, sempre maschi tra l'altro, quando noi vediamo nugoli di bambini ovunque?

giovedì, ottobre 07, 2010

Viaggio in Marocco - Meknes e dintorni

Terzo giorno di tour del Marocco: e' tempo di recuperare la macchina, per dirigerci verso Meknes (nella foto sotto, una veduta della medina). Dopo la solita abbondante colazione, stabiliamo che possiamo raggiungere il parcheggio a piedi, seguendo la strada che costeggia le mura della Medina dall’esterno. Lo scenario che ci si para davanti e' quasi surreale: da un lato, le mura antiche, che, passo dopo passo, si allontanano da noi, dall’altro, la striscia di asfalto, che ci separa da un nulla di terra argillosa e secca, rocce, sterpaglia, radi alberi, puntellato qui e la' da mega-hotel di lusso. Disparate forme di vita animano questa landa: anzitutto, uomini con carretto spinto a braccia o in sella ad un mulo o al volante di motorini e macchine sgangherate; uomini appiedati (ne notiamo uno, in particolare, vestito in giacca e cravatta, uscito da un hotel, che attraversa la strada e si dirige con fare sicuro verso il nulla di roccia) e cani allo stato selvatico. Donne praticamente non pervenute... ma dove saranno tutte?


Venti minuti di passeggiata sotto un sole gia' rovente e raggiungiamo il piazzale, dove ritroviamo gli stessi ragazzi incontrati all'arrivo. Improvviso una contrattazione sul prezzo finale del parcheggio, in un francese molto stentato, ma ne esco comunque vincitore: Napoli-Marocco 1-0. Si parte. Le strade che percorriamo appaiono tutt’altro che brutte, anche se poco manutenute. I limiti di velocità, tuttavia, sono piuttosto restrittivi e ci vuole molto piu' di un'ora per raggiungere Meknes.


Rispetto a Fes, la città ci riserva un'accoglienza molto più serena: sara' che il primo impatto, del resto, e' con un Mc Donald? Ovviamente, ci fermiamo per fare uno spuntino: come resistere? Osservando i pantaloni a vita bassi indossati da un ragazzo e, in generale, lo stile occidentale che caratterizza ogni cosa o persona dentro al locale, viene da pensare di essere in un angolo qualsiasi d'Europa. Ma anche quando ci avviciniamo alle porte della Medina, sotto una pioggerella fine e fastidiosa, l'impressione e' che la gente sia assai meno invadente e appiccicosa: quasi nessuno, infatti, sembra fare caso a noi, fatta eccezione per i ristoratori della piazza el Hedim, che ci offrono un posto ai loro tavoli.


Scattate le fotografie di rito all’imponente Bab el Mansur, la più grande tra le porte della citta' imperiale, ci infiliamo nel palazzo-museo Dar Jamaï. Le stanze di questa sfarzosa residenza aristocratica di fine '800 sono decorate in modo splendido ed e' un peccato che sia proibito scattare fotografie. Per lo meno, cosi' recita il cartello all'ingresso... ma, dopo alcuni minuti di visita, veniamo avvicinati dall'unico custode a guardia del museo, il quale, gentilmente, ci spiega che possiamo fare tutti gli scatti che desideriamo. Stupiti, seppur contenti, ci mettiamo all’opera. Non soddisfatto, il custode ci fa accomodare sull'imponente scranno al centro di una stanza chiaramente chiusa al pubblico e arredata con tappeti e cuscini preziosamente ricamati, con il preciso intento di immortalarci in una posa da novelli principi di Persia. Risultato: foto pessime, mosse, irrecuperabili gia' a guardarle dal display da due pollici e un debito di riconoscenza da saldare in moneta locale.


Purtroppo, nel portafoglio mi ritrovo solamente banconote da 100 dirham (circa 10 euro) e dunque l'unica alternativa e' quella di allungare una moneta da due euro. Non l'avessi mai fatto! Quello, stizzito, prima ci comunica che non accetta mance in euro; poi, stanza dopo stanza, rincara la dose rimbrottando in modo sempre piu' sdegnato (e sconveniente) che il nostro comportamento non gli e' affatto piaciuto. "Italiani approfittatori!"... Poco ci manca che ci butti fuori a calci in culo dal "suo" museo. Morale marocca: assicuratevi di avere sempre con voi un sufficiente numero di monete locali, prima di uscire di casa. Brrrr! Mai piu'.

Non vi nascondo che e' stato il momento forse piu' duro di tutta la vacanza: dopo due giorni a Fes, tra parcheggiatori abusivi e petulanti venditori di tappeti, ci mancava solo di incontrare il custode subdolo e iracondo. L'unica cosa da fare una volta fuori dal museo, con Manu sull'orlo di una crisi isterica, e' fermare un petit-taxi e tornare alla base, da Zio Mc. Ebbene, e' esattamente quello che facciamo. Chissa' cosa avranno pensato quelli del locale, vedendoci ordinare il secondo Mc Menu a testa della giornata... :-)


Ricaricate le batterie, possiamo affrontare il nostro prossimo obiettivo: il mausoleo di Moulay Ismail. Dall'esterno, appare come un monumento di una bellezza austera, mentre all'interno l'occhio si perde tra le linee di fuga che corrono lungo i pavimenti a motivi geometrici e i dolci archi arabeggianti delle porte. Entriamo a piedi scalzi su tappeti morbidi all’interno di una stanza a pianta quadrata, finemente decorata, al centro della quale si trova una graziosa fontana in marmo. La tomba del sultano non è accessibile per i non musulmani; ci accalchiamo, quindi, in mezzo ad altri turisti in prossimità della transenna per fotografare la sala, illuminata da imponenti lampadari. Molto interessante anche la storia di Moulay Ismail, che pur tra crudelta' e sfrenate passioni amorose (si dice che abbia generato centinaia di figli), contribui' a gettare le basi del Marocco moderno.


Ci rimettiamo in marcia e raggiungiamo la zona collinare su cui sorge la citta' santa di Moulay Idriss, fondata - secondo tradizione - dall'omonimo pronipote del profeta Maometto. Percorriamo la strada principale del centro abitato (abbastanza impervia) in auto, fino all'ingresso della Medina, quindi parcheggiamo e proseguiamo a piedi: alla nostra destra, sul viale di accesso alla piazza centrale, troviamo una parata di chioschi e ristorantini, dai quali provengono fumi e profumi di carne arrosto. Proseguendo oltre, giungiamo all’ingresso del mausoleo in cui vengono custodite le spoglie del santo. Ovviamente non possiamo entrare, ma veniamo subito avvicinati da un giovane, di nome Zaccaria, che ci propone un tour guidato per le viuzze della medina per 50 dirham. Ci accordiamo per 30, ormai c'ho preso una discreta mano... Si parte, ma piu' che un tour e' una corsa sfrenata su per ripide scalinate del sacro labirinto cittadino. Vista dall’alto, Moulay Idriss è un piccolo gioiello, con una grande moschea incastonata dal tetto dipinto di verde smeraldo nel mezzo. Zaccaria ci mostra anche il primo e unico minareto di forma cilindrica realizzato in Marocco: lo fotografiamo con accanto la nostra guida: “souvenir”!


Dobbiamo ancora vedere Volubilis, l’antico insediamento romano, ma non c'e' tempo, perche' sta quasi per imbrunire. Raggiungiamo il sito con l'idea di scattare almeno una foto ricordo: dalla strada si scorge chiaramente il profilo di un tempio. E' ora di tornare, non me la sento di guidare col buio da queste parti... A Fes riusciamo a parcheggiare in prossimita' della Bab Bou Jeloud, anche se il prezzo e' decisamente piu' caro di quello che ci avevano chiesto a Bab Guissa. Considerata la vicinanza al Riad, accettiamo di buon grado, anche perche' a quell'ora la voglia di contrattare e' pari a zero. Per cena, ci facciamo guidare dalla Lonely, che consiglia il Cafè Clock, ma e' una pessima idea, perche' mangiamo malissimo. Il locale e' davvero carino, ma di poca sostanza. Come se non bastasse, l'ultima sera a Fes e' una sera di pioggia: addio terrazza, dobbiamo riparare ai piani bassi.

 Decisamente, il nostro soggiorno a Fes poteva andare meglio!